Riflessioni su Conte e Giarrusso

L’università italiana è di nuovo sulle prime pagine per i motivi sbagliati. In questo post tento di spiegare perchè la nomina di un garante dei concorsi è comunque inutile, indipendentemente dalla persona scelta (male) e perchè il concorso di Conte non è in sè scandaloso. E’ scandaloso che Conte non abbia avuto la sensibilità di ritirarsi spontaneamente.

Alcune riflessioni (lunghette) sui casi Conte/Giarrusso. Sgombriamo il campo dal problema più semplice: il conflitto di interesse nel caso di Conte è enorme ed avrebbe consigliato un immediato ritiro al momento della nomina a presidente del consiglio. Senza se e senza ma. Casomai, mi domando perchè la procedura sia stata così lenta. Essendo stato il concorso bandito a gennaio, la commissione avrebbe avuto tutto il tempo di finire prima della nomina. Ciò detto, vediamo di capire come funziona il reclutamento dei professori universitari in genere e quali sono i problemi specifici dell’Italia. Spoiler: un commissario non serve a niente ed è probabile che peggiori la situazione. Questo varrebbe anche se il commissario fosse una persona competente ed esperta. Giarrusso è palesemente inadeguato anche se (per fortuna) per ora non ha poteri.

Innanzitutto, premessa  fondamentale. Solo gli esperti della materia sono in grado di giudicare la qualità di uno studioso. Esistono degli strumenti bibliometrici alla portata di qualsiasi persona informata (ho qualche dubbio su Giarrusso), tipo l’H-index e il numero di citazioni, ma servono solo come indicatori molto generici per una primissima sgrezzatura fra studiosi degni di attenzione e ciarlatani. Per esempio Borghi Aquilini ha pochissime citazioni sulla principale banca-dati di citazioni (Google Scholar). Il livello successivo, che si basa sulla sede di pubblicazione  (riviste vs. libri, quali riviste etc.), richiede una esperienza del settore in genere. Per scegliere fra due studiosi di buon livello è necessario qualcosa di più: bisogna essere specialisti del tema. Tanto per metterla sul personale, io sono allo stadio uno per tutte le materie non economiche, allo stadio due per economia (‘esperto’) ma mi riterrei specialista solo per alcuni temi di Storia Economica. E’ una illusione italica che un professore ordinario (‘esperto’ per definizione) possa giudicare la qualità di qualsiasi lavoro scientifico nel suo settore leggendolo.  Solo uno specialista sa distinguere un lavoro veramente originale da un’abile copiatura. Per questo i direttori delle riviste internazionali (‘editors’) si affidano ad esperti (‘referees’) per il giudizio sugli articoli presentati (‘submitted’) per la pubblicazione. E nel 99% dei casi, seguono i loro consigli.

Un non addetto ai lavori a questo punto potrebbe concludere che basterebbe raccogliere i migliori specialisti del tema e affidare loro il compito di scegliere lo studioso migliore. Ma ci sono due problemi. In primo luogo, chi decide chi sono i migliori specialisti? Ci vorrebbe un pool di specialisti di livello superiore che sceglie i membri delle varie commissioni. E chi sceglie gli specialisti di livello superiore? Magari una supercommissione di  6-7 persone. E chi sceglie quest’ultima? Il governo? O un commissario, che quindi diventerebbe   il padrone dell’università italiana? E così via. In secondo luogo, non sempre lo studioso migliore in assoluto è il più adatto alle esigenze del dipartimento. Magari il dipartimento ha bisogno di un microeconomista ed il migliore fra i concorrenti è un macroeconomista, o, più in dettaglio, il dipartimento ha un affermato laboratorio di economia sperimentale ed il migliore microeconomista è un esperto di teoria dei giochi (un sub-settore puramente teorico). O addirittura il migliore microeconomista sperimentale ha litigato con tutti gli specialisti del dipartimento (succede..) e la sua assunzione provocherebbe un’ondata di dimissioni etc.  In sostanza, il dipartimento non può non avere un ruolo essenziale nella scelta. Nei paesi anglosassoni è l’unico decisore. Il dipartimento di Economia di Harvard sceglie chi vuole (e lo paga quanto vuole). Magari fa un errore e sceglie uno studioso mediocre, ma si prende tutte le responsabilità. Il sistema funziona, come dimostrano tutte le classifiche. Perchè in Italia (e in molti paesi europei) invece si fanno i concorsi?

Per capirlo, occorre un passo ulteriore. Il ‘dipartimento’  è ovviamente formato da ‘esperti’ ma tipicamente ha pochi specialisti della materia. Gli altri membri possono intervenire nelle prime fasi della selezione ma, salvo rare eccezioni, il dipartimento deve affidare agli specialisti interni, magari aiutati da referees esterni, la scelta finale.  Come impedire loro di scegliere il loro allievo mediocre o addirittura la propria amante, con un accordo tacito con gli altri specialisti – io faccio vincere il tuo oggi e tu mi promuovi il mio domani? Questo tipo di accordi impliciti è stato fino ad ora la norma in Italia ed è ancora diffusissimo. Si è tentato di impedirli con grida manzoniane e meccanismi complicati (nei miei quarant’anni di carriera ho visto quattro sistemi di concorsi diversi) ma con esiti mediocri a dir poco.  E’ possibile far ricorso alla magistratura amministrativa in caso di irregolarità formali  ed a quella penale in caso di reati, come accordi collusivi fra ‘cupole’ di professori. Evitare irregolarità formali è però relativamente facile (la tipologia delle irregolarità è ben nota agli ‘esperti’), mentre provare accordi collusivi richiede indagini complesse (intercettazioni etc.) e le pene sono basse e quindi cadono in prescrizione presto. D’altra parte la magistratura non può per evidenti ragioni entrare nel merito della valutazione scientifica: come fa un giudice a decidere se un lavoro è valido o no?

Quindi, come se ne esce? La soluzione è creare meccanismi che incentivino i professori del dipartimento a comportarsi ‘bene’ – cioè a scegliere i migliori. Negli Stati Uniti, i comportamenti virtuosi sono ispirati dal desiderio di mantenere o accrescere la reputazione del proprio dipartimento, istillata sin dalla scuola di PhD e rafforzata da meccanismi istituzionali  (in particolare il divieto informale ma rispettato di assumere  dottorati nell’università stessa) e dalla necessità di attrarre fondi di ricerca e donazioni dagli ex-alunni. Nel Regno Unito i comportamenti virtuosi, già presenti per il meccanismo reputazionale (pensate a Oxford o Cambridge) sono stati fortemente incentivati dall’istituzione del RAE (ora REF). In pratica i fondi pubblici, che rappresentano una parte consistente del totale delle risorse, sono distribuiti sulla base di una valutazione periodica della qualità della ricerca, con enormi differenze fra le università migliori e le altre. Ci sono voluti parecchi anni, ma ora il sistema funziona. Un sistema analogo è stato adottato in Italia da qualche anno, con la VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca), gestita dall’ANVUR, un’agenzia ministeriale indipendente. Ciascun professore deve presentare due prodotti di ricerca ogni cinque anni e la valutazione complessiva del dipartimento e dell’università influisce sul finanziamento statale. Nelle due tornate precedtenti (lavori 2004-2009 e 2010-14) sono emersi  vari difetti tecnici, i requisiti per avere il voto massimo sono troppo facili da raggiungere (almeno nei settori che conosco) e la quota cosidetta premiale è ancora modesta, troppo modesta, ma nel complesso il sistema ha funzionato. Si nota un lento miglioramento, ma mio parere, ci vorranno almeno ancora tre-quattro tornate di VQR (15-20 anni) per modificare permanentemente i comportamenti della maggioranza dei professori.

E quindi, veniamo a Conte e Giarrusso. In primo luogo, bisogna spiegare i meccanismi di reclutamento, partendo dalla distinzione fra tre casi di reclutamento,  la scelta di un professore all’inizio della carriera, la promozione di un professore già in servizio nel dipartimento e l’assunzione di un professore esperto da altra università. Senza entrare in dettagli tecnici, il sistema attuale, creato dalla legge Gelmini del 2010, prevede due livelli decisionali, uno nazionale e uno  locale. A livello nazionale, gli aspiranti professori sono valutati da commissioni sorteggiate fra i professori ordinari migliori (Abilitazione Scientifica Nazionale o ASN).  L’abilitazione è condizione necessaria per entrare nel ruolo permanente come professore di seconda fascia (associato) o di prima (ordinario). A livello locale, i dipartimenti possono aprire concorsi per contratti triennali da ricercatori a tempo determinato (a loro volta distinti fra  tipo RTD-A o B) o per posti di professore. I posti di ricercatore tipo A dovrebbero essere aperti ai ‘giovani’ che hanno conseguito il  il dottorato, anche se poi in pratica finora gran parte dei posti sono stati vinti da studiosi più anziani che sono rimasti nell’università con borse contratti etc. (collettivamente noti come ‘precari’).In genere  hanno curricula più ricchi dei giovani dottori, anche se in parecchi casi si tratta di studiosi mediocri (quelli veramente bravi essendo già fuggiti all’estero) e/o sfibrati da anni di attesa). La scelta dei ricercatori privilegia i candidati locali, cioè gli allievi dei professori in servizio. Anzi, un tempo molto spesso si partiva dal nome del candidato per  creare un posto. Questa pratica è ora lievemente meno frequente perchè il calo delle risorse ha diminuito il numero di assunzioni e quindi ha aumentato il peso delle esigenze didattiche nelle scelte. In teoria i contratti RTD-A dovrebbero essere trasformati in contratti di tipo B dopo tre anni, se il ricercatore ha lavorato bene. Inoltre il dipartimento può bandire direttamente concorsi di tipo B, per studiosi più maturi. Anche i contratti di tipo B durano tre anni, ed alla fine il ricercatore ha diritto alla stabilizzazione da associato se ha conseguito l’abilitazione, anche se il dipartimento può rifiutarla. E’ la versione italiana del sistema americano: i professori sono assunti dopo la fine del PhD, e dopo sei anni hanno il diritto di chiedere la stabilizzazione (tenure). In alternativa, in Italia, un  dipartimento può bandire direttamente posti di associato o ordinario, con concorsi riservati agli abilitati interni (articolo 24), aperti a tutti gli abilitati ed ai professori di fascia equivalente italiani ed esteri (articolo 18). In quest’ultimo caso, i concorsi possono escludere gli abilitati interni (‘concorsi per esterni’). Le università sono obbligate ad assumere almeno il 20% dall’esterno. Il dipartimento nomina una commissione, possibilmente con almeno un commissario locale, che riporta le opinioni del dipartimento. Queste ultime possono comprendere una forte preferenza per un nome (‘concorsi chiusi’), una generica indicazione di una preferenza per un tipo di specialista o nessuna preferenza (‘concorsi aperti’).  Tale preferenza può essere anche indicata specificando un profilo scientifico nel bando (nel caso di cui sopra un microeconomista specializzato in economia sperimentale), in modo tale da attrarre il tipo di specialista necessario. Sta poi alla commissione scegliere fra i candidati quello che ritiene il migliore o il più adatto. In moltissimi casi, i consorsi ‘chiusi’, surprise surprise, si concludono con la vittoria del candidato locale. La mia impressione è che il numero di concorsi ‘aperti’ stia aumentando. Negli ultimi anni i pensionamenti massicci in un contesto di risorse scarse hanno indebolito il potere baronale ed hanno reso più urgente il reclutamento di nuovi professori.  Alla conclusione dei lavori, il dipartimento può approvare l’esito, assumendo il vincitore, ma può anche decidere di non ‘chiamarlo’. In tal caso però è penalizzato – non può ribandire il concorso per due anni.

Questa lunga spiegazione per inquadrare il caso Conte. Si trattava di un concorso a prima fascia articolo 18 per esterni. Quindi Conte poteva partecipare in quanto professore ordinario a Firenze, come poteva partecipare qualsiasi altro collega italiano, o straniero, purchè di rango equivalente all’ordinario, o anche qualsiasi studioso abilitato ma non ancora ordinario. Ripeto che Conte doveva assolutamente ritirarsi, anche se avesse avuto il diritto di continuare, per ragioni di opportunità. Pare lo abbia fatto, ed il concorso può continuare con gli altri candidati. Non ho la minima idea se Conte sia bravo o bravissimo o se  lo abbiano scelto per le pressioni del suo maestro Alpe, ora andato in pensione, ma la scelta di creare un posto per lui non mi scandalizza particolarmente.  E’ una decisione del dipartimento, che se ne prende le responsabilità indirettamente (scegliendo una commissione a lui favorevole) e direttamente (eventualmente chiamandolo dopo la vittoria). Se il prescelto si rivela un incapace, ed il sistema di valutazione funziona, nel lungo periodo il dipartimento viene penalizzato. Alla fine impara la lezione.

Credo che a questo punto sia evidente perchè un commissario per i concorsi non serve a niente. Eventuali irregolarità formali o reati sono competenza dei TAR e della magistratura ordinaria. D’altra parte l’eventuale Ombusdman (per citare Fioramonti) non ha, a legislazione attuale, i poteri per intervenire nel merito. Al massimo potrebbe fare un esposto alla magistratura, dato che solo un candidato bocciato può far ricorso al TAR. Ed anche se una nuova legge gli desse ulteriori poteri, non capisco come potrebbe funzionare il sistema. L’ Ombusdman dovrebbe istituire una commissione alternativa, che dovrebbe  rivedere tutti i titoli ed esprimersi di nuovo. La già menzionata difficoltà a scegliere i commissari sarenne un problema tutto sommato minore. Pensate infatti a cosa potrebbe succedere: la commissione fa vincere X ed un candidato perdente Y fa ricorso, non sulla base di irregolarità formali ma sostenendo di essere più bravo. Giarrusso (o chi per lui) riceve la segnalazione: come fa a decidere se il ricorso è fondato, senza chiedere ad uno o più esperti? Quindi dovrebbe istitituire una commissione per decidere se istituire una commissione per rifare il concorso. Oppure decide a priori che tutti i ricorsi sono validi e fa rifare sempre il concorso. In ambdue i casi, se il concorse venisse rifatto e vincesse Y, chi potrebbe impedire a X (o a Z) di fare un nuovo ricorso? Se applicato rigidamente, il principio provocherebbe il blocco istantaneo del reclutamento. Prevedo (spero!) che, come molti altri provvedimenti di questo governo, finirà per essere uno spot propagandistico che distrae dai problemi seri.

I processi di reclutamento dell’università italiana sono tradizionalmente opachi e clientelari. Per decenni hanno vinto quasi sempre gli insiders. Il risultato è la prevalenza dei mediocri, con punte di eccellenza (spesso uno bravo alleva e promuove giovani di valore) e abissi di clientelismo (amanti, figli etc.). Gli outsiders sono rimasti fuori o se ne sono andati. La situazione, ripeto, sta lentamente migliorando, ma è un processo lungo e molto fragile. Come possono contribuire i (spero molti) che, all’interno o al di fuori, hanno a cuore le sorti dell’università italiana? Secondo me, vigilando affinchè la valutazione sia corretta, rigorosa e soprattutto abbia conseguenze incisive sul finanziamento. Non è affatto scontato: una parte consistente, forse maggioritaria dei professori è contraria per motivi ideologici (la valutazione produce nel lungo periodo una segmentazione delle università) o pratici (a nessuno piace essere valutato). Purtroppo, ma non inaspettatamente, le valutazioni finora effettuate premiano fortemente le università del Centro-Nord ed in particolare Padova e Bologna (per chi è interessato, Pisa è andata malissimo). Questo crea un problema aggiuntivo grave, perchè introduce un fattore politico a cui temo i Cinque Stelle siano molto sensibili. La prossima valutazione della ricerca è prevista per il 2020, sulle pubblicazioni 2015-2019. Vedremo cosa succede.

Riassumendo

i) le ‘gabole’ per usare un’espressione di un commentatore su FB, sono inevitabili data la natura della ricerca scientifica e della struttura universitaria

ii) bisogna introdurre meccanismi tali da incentivare ‘gabole’ positive, rompendo tradizioni lunghissime

iii) è stato fatto qualcosa ma bisogna continuare e rendere l’azione più incisiva

Nel frattempo, è certo che i proclami mediatici non servono a nulla.

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