Recensione del Battle Royale degli autori di Titanfall


Sono giorni che ci rimugino sopra, e non posso fare a meno di pormi questa domanda: se Respawn avesse annunciato Apex: Legends cinque o sei mesi prima del lancio, il suo successo sarebbe stato identico? Se ci avessero lasciato il tempo – a noi, alla community, al pubblico tutto – di andarci a documentare da soli, magari con qualche trailer gameplay smangiucchiato di fretta, sarebbe andata alla stessa maniera? Del resto una comunicazione del genere, per un tripla A, non si era mai vista prima, non con questi tempi immediati almeno. Ecco: se si fosse trattato di qualcun altro il pensiero non mi avrebbe neanche sfiorato, ma siccome parliamo di EA, non posso fare a meno di immaginare un universo alternativo dove orde di detrattori (che comunque ci sono lo stesso) si scagliano contro il “publisher oppressore“, boicottando ciecamente l’ennesimo battle royale di turno pieno di microtransazioni eccetera eccetera. Lo so, il pensiero è un poco malizioso e anche provocatorio, ma direi che rende bene l’idea, anche perché al giorno d’oggi alcuni titoli vengono stroncati mesi prima lancio, magari solo per un trailer uscito male o per qualche diceria nata su Reddit chissà come. Forse, se non ci avessero detto “è uscito, giocatevelo“, non sarebbe bastata neanche quella parolina magica che tutto risolve (gratis), e forse, dello spinoff di Titanfall avremmo udito soltato un eco lontano.

E invece è andata diversamente, per fortuna: Apex Lengeds è uscito a sorpresa, con un preavviso travestito-da-leak di neanche due giorni, ed ha subito perforato la stratosfera videoludica, raggiungendo i venticinque milioni di giocatori in meno di dieci giorni. Ho seguito il titolo fin dai primi passi, e personalmente non mi aspettavo un successo del genere, ma dopo una cinquantina di ore passate fra Pc e PS4 non posso che ammetterlo: il successo nel nuovo battle royale targato Respawn è più che meritato. Sarà che il Frist Person Shooting è l’anima stessa della competizione, sarà che il mix con il concept alla Overwatch (per quanto strano sulla carta) è stata una mossa azzeccatissima, e sarà anche che di stile Apex ne ha da vendere, fatto sta che mi sono innamorato come non succedeva da un bel po’, e adesso non vedo l’ora che arrivi la prima stagione. Ovviamente, entusiasmo a parte, il destino di un titolo del genere lo decreterà il tempo, ma già da oggi è possibile analizzare con precisione tutti quei dettagli che rendono la sua formula efficace, fresca e dannatamente assuefacente. La fuori ci sarà chi continuerà ad odiarlo, ed è giusto così, ma la verità è che su Twitch, per la prima volta da mesi, c’è qualcuno che guarda dall’alto al basso Fortnite, e qualcosa vorrà pur dire.??

Il Re è morto, lunga vita al Re

Per educazione, in questi casi, la prima cosa da fare sono le presentazioni, e anche se si tratta di una battle royale vogliamo comunque spenderci in un piccolo cappello introduttivo. A differenza del titolo di Epic Games, qui i giocatori in campo sono sessanta, e vengono raggruppati (per ora) in venti squadre da tre.

C’è la solita isola in cui paracadutarsi, dove la safe area si restringe costantemente, ci sono armi e oggetti da raccogliere, e poi ci si massacra allegramente fino a che non resta in piedi un unico team. Essenziale e lampante, anche per chi il genere non lo ha mai incrociato; mancano infatti tutti quegli elementi che avrebbero complicato la situazione, come la costruzione dei fortini o i veicoli alla PUBG. Si corre e si spara, stop, e il punto fondamentale qui è che si spara in prima persona, con un moveset scattante come call of duty, ma con la mobilità ultra-frenetica propria di Titanfall.
La parola d’ordine, in questo caso, è proprio “skill-based”, perché nonostante le meccaniche asimmetriche provenienti dall’heroshooter, non c’è niente che sia in grado di contrastare una buona mira (e anche il giusto quantitativo di riflessi, s’intende). Però le abilità ci sono, e quindi è giustissimo parlarne: in Apex ci sono al momento otto eroi selezionabili chiamati appunto “leggende”, tutti diversi e raggruppati per classi, e nonostante il roster già basti a creare una varietà abbondante, sono previste altre quattro new entry entro il primo anno dal lancio. Ogni personaggio può contare su un’abilità passiva, come lo scudo incorporato di Gibraltar, e un’altra attiva, ad esempio il rampino di Pathfinder. A parte questo, proprio come accade in Overwatch, ci sono anche le abilità Ultimate, che però, volendo fare un paragone, sono meno incisive dell’hero shooter di Blizzard. Hanno comunque un importante valore tattico, come ad esempio il robot medico di Lifeline, però ecco, come dicevamo prima, non c’è niente che regga il confronto con un proiettile di Triple Take (il fucila da cecchino per eccellenza) piantato in mezzo agli occhi del nemico, e lasciateci dire che questo è un gran bene.??

Il diavolo è nei dettagli, e Apex ne è pieno

Sulla carta, dunque, ci ritroviamo con un FPS duro e puro, caratterizzato da una mobilità elevatissima (dio benedica le scivolate made in Titanfall) e dall’assenza del danno da caduta, ma cosa rende speciale il battle royale di Respawn Entertainment? La risposta sono i dettagli, che confluiscono in un mix ibrido che regala al gameplay un’identità fortissima e accessibile sin da subito, praticamente a chiunque. Il lavoro di squadra è fondamentale, dal momento che non c’è modo di sopravvivere in solitaria, e una buona team composition rappresenta già un enorme vantaggio sul campo. Abbinare un healer ad un tank è una buona strategia, ma soprattutto dà vita a combinazioni spettacolari ed efficaci negli scontri. Se un amico resta a terra, ad esempio, potete lanciare uno scudo protettivo su di lui e prendervi il tempo necessario per rianimarlo.

E a proposito di rianimazione, bisogna dare atto a Respawn che il sistema messo in atto è davvero geniale. In pratica, quando la vita scende a zero, non si muore immediatamente, si resta a carponi con un countdown sulla propria testa, e in quel lasso di tempo possiamo essere riportati in vita. Se però verremo giustiziati o il tempo scade, lasceremo cadere una lootbox con su dipinto il nostro avatar, e il nostri compagni potranno sempre recuperare il nostro vessillo e resuscitarci allo spawn point più vicino. Oltre a rendere più interessante ogni match, perché in un certo senso è come avere una preziosissima seconda chance, questa possibilità si rivela vitale in moltissime partite, soprattutto nell’endgame, dove l’attenzione si sposta sempre attorno ai “punti di rinascita” sopracitati.

L’altro grande pilastro del gameplay è il sistema di comunicazione fra giocatori: ovviamente niente può sostituire il parlato in chat vocale, ma la possibilità di avere uno “smartpointing” a portata di click è davvero utile. Si possono spottare i nemici, segnalare equipaggiamenti speciali e airdrop, indicare una posizione e così via, e il bello è che tutto è estremamente naturale, così la coordinazione del team è ancora più facilitata. Le armi, poi, sono davvero il fiore all’occhiello della produzione: ce ne sono a decine, tutte diverse e realizzate con cura.

A differenza di Fortnite, però, non sono i singoli fucili ad avere un grado di rarità (che poi va ad influire sul danno) ma sono le mod, di cui ne esistono a bizzeffe e posso letteralmente stravolgere il feeling di una bocca da fuoco. Al fucile d’assalto si può applicare un mirino 1, 2 o 6X, oppure uno stabilizzatore o un caricatore maggiorato, oppure tutti e tre insieme e così via. Per questo motivo, ogni partita è uguale e diversa allo stesso tempo, ma esiste un’infinità di combinazioni da provare che si traducono in un incentivo al gioco non indifferente, e lo stesso discorso si applica alle corazze, che possono aumentare significativamente il già abbondante time to kill.

L’isola dei famosi

Le leggende del futuroApex: Legends è appena sbarcato sui nostri dispositivi da gioco, ma il successo interplanetario ha imposto al team di spiegare subito i suoi piani per il futuro, e per fortuna erano ben preparati. Un’infografica ci spiega che è previsto un supporto continuo e articolato, che ricalca esplicitamente il modello (e forse anche i prezzi) proposti da Fortnite. Oltre agli eventi a tema, come quello di San Valentino che arriverà nei prossimi giorni, ogni anno sarà composto da quattro stagioni della durata di circa tre mesi l’una; queste aggiungeranno nuovi armi, oggetti, leggende e saranno anch’esse caratterizzate da un tema (la prima arriverà già a marzo e sarà una specie di inno a Titanfall). La storia ci insegna che dove ci sono le stagioni, in genere, ci sono anche i battle pass, che ovviamente sono già stati confermati.
Come in Fortnite, ancora una volta, ogni battle pass conterrà cento livelli sbloccabili con annesse le rispettive ricompense, che ovviamente avranno un valore esclusivamente cosmetico. Stiamo parlando di skin per le leggende e per le armi, banner, emote e forse anche qualcos’altro ancora non annunciato. Ovviamente, parte del successo di Apex è legato proprio a questo sistema, che dovrà necessariamente essere appagante e fornire un bel quantitativo di sfide stimolanti, ma di questo, ancora non abbiamo conferma. Ciò che è certo invece, è che le nuove leggende saranno disponibili a tutti e non richiederanno l’acquisto del battle pass, e saranno ottenibili sia con la moneta in-game (servono circa una ventina di livelli per sbloccarne uno) oppure mediante le solite microtransazioni. La situazione è delicata su questo fronte, anche se per il momento sembra tutto tranquillo, ma sappiamo che per scatenare l’inferno basta un attimo; trattandosi di un hero shooter, ogni personaggio deve perfettamente in linea con il resto del meta, altrimenti si verificherebbero disparità fra i giocatori che scelgono di “shoppare” il nuovo eroe all’istante e chi invece preferisce sporcarsi le mani. La natura fortemente skill-based ammortizza di molto questo eventuale spigolo, ma è chiaro che EA e Respawn non devono commettere passi falsi, e il bilanciamento accurato del roster è inalienabile. Insomma, bisogna essere pazzi per sgarrare su questo al giorno d’oggi, ma in ogni caso staremo a vedere.

Titanfall aveva un suo stile, ma come sappiamo non è stato granché fortunato. Apex: Legends, in un certo senso, è un po’ una grande rivincita per Respawn, che è riuscita innegabilmente a dimostrare le sue capacità. Parlando di pura tecnica, il gioco si presenta buono su tutte le piattaforme, con qualche punto in più guadagnato su PC ovviamente. L’engine non è esattamente strabiliante, e non ha neanche l’identità del Frostbite, ma si difende benissimo, e considerata la natura PvP del titolo, preferiamo le prestazioni alla grafica da urlo. Tuttavia gli shader sono buoni, la conta dei poligoni non scherza, e forse l’unica cosa che proprio non ce la fa sono gli specchi d’acqua e alcune pareti rocciose. A parte questo, però, va detto che c’è anche un tangibile riciclo degli asset, e molte zone finiscono per assomigliarsi. La mappa e comunque bella da vedere e da giocare, ed è in grado di regalare una verticalità mai vista prima nel genere dei battle royale (ottima anche la trovata delle astronavi). Gli spazi sono perfettamente tarati sulla quota dei sessanta giocatori, e infatti permettono svariati approcci al gioco, dall’assalto frontale all’avanzamento più disteso e ponderato.
Se dovessimo però elogiare Apex, piuttosto che partire dalla tecnica, ci concentreremmo sul character design, che trattandosi di un hero shooter non è affatto in secondo piano. A nostro avviso, raggiungere la brillantezza di Overwatch è impossibile, e infatti qui siamo un gradino sotto, eppure il lavoro di Respawn è di tutto rispetto, segno che la lezione è passata. Le otto leggende iniziali hanno avuto da subito un grande impatto sul pubblico, che già ha cominciato a creare storie e lore aggiuntiva a quella originale. Non era semplice, anche perché qui non ci sono i cortometraggi in stile Pixar a dare mano forte, e tutto è partito da un semplice trailer di lancio, peraltro dallo stile grafico diverso da quello in-game. Il look è abbastanza realistico, semplificato quanto basta nei tratti, ma a rendere vincente il roster di Apex è stato soprattutto lo stile semi-comico e caciarone degli eroi, sempre pronti alla punch-line, ma senza quell’aria “PEGI 12” che infesta il titolo di Epic.

Tanti personaggi significano anche tanti costumi, e guarda caso la personalizzazione è riuscita davvero bene alla produzione. Ci sono già un bel po’ di skin da sbloccare, anche se le leggendarie imperdibili ancora scarseggiano, e curiosamente siamo più attratti da quelle applicabili alle armi che ai personaggi. A questo punto, però, molti si staranno domandando che senso ha comprare una skin in un gioco in prima persona, dove praticamente non puoi vedertela addosso. Ed ecco che arriva il genio: il Apex, ci sono le esecuzioni, ovvero dei momenti dove si può giustiziare un nemico finito a terra e dove la telecamera passa momentaneamente alla terza persona. Nella fattispecie si tratta della fusione fra un’emote e la cutscene della vittoria stile Overwatch, e guarda caso il pubblico ne va pazzo, senza parlare degli stramer.

La vanità però ha un prezzo, neanche troppo leggero, perché eseguendo queste “fatality” sarete completamente esposti al fuoco avversario, e sarebbe un peccato prendersi un calibro 12 nella schiena stile coito interrotto, vero? A parte questo, non potevano mancare le loot box, qui rappresentate sotto le sembianze di un ragnetto robotico a tre zampe. Ne otterremo una ad ogni passaggio di livello (e sono ovviamente acquistabile anche con moneta reale), contengono tre oggetti casuali di diversa rarità e sì, anche questo caso è difficile smettere di aprirle…



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