Primarie Pd 2019, chi sono i candidati


In principio fu Prodi, era il 2005. Erano primarie di coalizione per la scelta del leader di centrosinistra. Quasi 4 milioni di elettori parteciparono. Poi arrivò il PD e Veltroni, nel 2007. Da allora, si scrive Primarie, si legge partito democratico.

E il 3 marzo si ripeterà il rito che da 12 anni permette di scegliere il segretario del partito attraverso il voto popolare. Che ha già incoronato Veltroni, Bersani e Renzi.

Quando si vota

La data è quella del 3 marzo dalle 8 alle 20, si potrà votare nei circa 7000 gazebo allestiti nei circoli del PD (tutti i dettagli).
Ci vuole un documento di identità, la tessera elettorale e 2 euro da versare. Non bisogna essere registrati per votare. Tutti possono, basta che, si legge sullo statuto, “dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del Pd, di sostenerlo alle elezioni e accettino di essere registrati nell’Albo pubblico degli elettori”. Voto a cui possono partecipare anche i ragazzi tra i 16 e 18 anni, gli studenti e lavoratori fuorisede e gli immigrati comunitari ed extracomunitari regolari.
La sfida stavolta è tra Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti. Uno di loro 3 dovrà raccogliere l’ingombrante eredità di Matteo Renzi.

Sky TG24 ospiterà l’unico confronto tra i tre candidati: giovedi 28 febbraio alle 13, anche in streaming.  

 

Nicola Zingaretti, #voltiamopagina

Un passo alla volta, pochi rischi, tanta concretezza. È tutta qui la storia: Nicola Zingaretti, 54 anni, ha costruito la sua carriera politica principalmente a Roma. Dal 12 marzo del 2013 è presidente della Regione Lazio, dal 2008 al 2012 è stato Presidente della Provincia.

La sua storia politica è quella dei Ds prima e del Pd dopo. Ha deciso di candidarsi, con una mozione che mette #primaLePersone. Toni sempre pacati, contenuti però marcati. Impossibile non leggere una critica all’esperienza renziana nella sua mozione, quando scrive: “il Pd è apparso sempre più lontano dalla vita reale delle persone comuni, poco o per nulla empatico nei confronti dei più poveri e dei più fragili, incapace di uscire dalle sue ristrette logiche interne. Ecco perché dobbiamo ricostruire il Pd, recuperare l’ispirazione originaria di un grande incontro tra culture ed esperienze diverse, fare del pluralismo delle idee una ricchezza e non un mero giustapporsi di correnti e gruppi di potere”. Il Pd che immagina Zingaretti è inclusivo, aperto, una Piazza Grande dove far convergere le forze del centrosinistra. Per un po’ aveva anche vagheggiato un dialogo con i 5 stelle, ma l’idea appare tramontata.

È sostenuto da Gentiloni, Orlando, Franceschini. Nei circoli ha ottenuto il 47,38% dei voti, risultando primo tra i candidati.

Maurizio Martina, #fiancoafianco

L’uomo del Nord, che ha traghettato il Pd nel dopo Renzi.  Maurizio Martina, 41 anni, ex ministro delle politiche agricole e segretario Lombardo del Pd. Martina punta sulle energie nuove. I giovani, la loro occupazione la loro emancipazione sono il cuore della sua agenda. Non rinnega il passato ma non lo insegue. E’ una fase che si è chiusa e non a caso nella sua mozione scrive: “Vogliamo un Partito democratico che non viva di nostalgie e rancori. Un partito per la sinistra del XXI secolo. Un partito aperto e radicato. Un partito di giovani e di donne. Un partito di sindaci e di amministratori dei piccoli comuni. Un partito palestra, scuola e comunità che sappia rompere i vecchi schemi per liberare le energie di tanti a partire da chi si impegna sul territorio”.

Martina non vede nessuna possibilità di alleanze con il Movimento 5 stelle, che reputa un movimento di destra. Ha creato un ticket con Matteo Richetti, il suo obiettivo è ricostruire e riunire il Pd. Ha chiesto a tutti di mettere il Noi davanti all’Io. Nel voto fra gli iscritti al partito di gennaio raccoglie 67.749 preferenze, pari al 36,10%,

Roberto Giachetti, #sempreAvanti

Romano, 58 anni, Roberto Giachetti è il candidato più “renziano” del lotto. Arriva nel Pd dall’esperienza della Margherita, crescendo nella segreteria del Rutelli sindaco di Roma. Eletto in parlamento per la prima volta alla Camera nel 2002, diverse volte usa lo sciopero della fame per denunciare, sollecitare e richiedere azioni politiche su vari temi: dall’elezione di due giudici della Corte Costituzionale ad una legge elettorale maggioritaria che sostituisse il Porcellum.

Per Giachetti il futuro del Pd è messo in pericolo dal nodo mai sciolto. Per questo scrive nella sua mozione:
“Il Partito Democratico, pensato per durare almeno un secolo, sembra vecchio dopo solo undici anni di vita; la verità è che non è mai compiutamente nato. Sospeso nella sintesi mai davvero risolta tra le storie che lo hanno originato, troppo a lungo malinteso come semplice cambio di nome dell’antica storia PCI-PDS-DS o come nuova insegna della ‘ditta’, mai davvero affidato nelle mani dei nativi democratici, di chi ha più storia davanti che alle spalle”. Giachetti vuole un partito che si apra ai territori, a quelle forze soffocate dalla partitocrazia che devono trovare nel PD un collegamento con la possibilità di risolvere i problemi. E chiede una classe dirigente di 30-40enni, perché i giovani non sono il futuro, ma il presente della politica.

Nel voto fra gli iscritti di gennaio ottiene 20.887 voti, pari all’11,13%.






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