Prima gli italiani – Del mio razzismo.

Sulla questione immigrazione e xenofobia ho pensato molto e scritto pochissimo. Ho polemizzato altrove con chi propone azioni politiche xenofobe ma anche con chi invoca l’accoglienza indiscriminata. Più con i primi che con i secondi perché son sia più pericolosi che numerosi, in questi anni. Ma sulla questione di fondo la mia posizione rimane salomonica, o cinica se volete. Provo a spiegarmi. Vi avviso, questo è lungo.

Mesi orsono Aldo Rustichini e Giulio Zanella pubblicarono qui su nFA tre interessanti articoli sul tema immigrazione. Ero stato tentato di dire la mia ma non me la son sentita. La questione mi tormenta personalmente da tempo ed oggi provo a fare un po’ di outing, sperando di riuscire a farmi comprendere, cosa non ovvia viste le contraddizioni anche personali che il tema forza a rivelare.

Tema: come comportarsi a fronte dell’immigrazione di persone che appartengono a ETNIE diverse da quella residente nell’area dove l’immigrazione avviene.

Userò il concetto di etnia e non quello di razza perché, alla luce della ricerca più recente in ambito geneticoqui un riassunto della sostanza. il concetto di razza, se usato per differenziare due esseri umani, risulta oggettivamente indefinibile ed inutile ai fini che qui mi interessano. Il dibattito scientificosulla possibilità di definire o meno le “razze umane” in modo univoco non mi sembra risolto: forse potremo definirle e forse no (credo di no). Al momento, non c’è alcuna definizione ragionevole di “razza” che si possa applicare per dire che io ed il mio collega George apparteniamo a due “razze” diverse, mentre è piuttosto chiaro che apparteniamo a due etnie diverse.

Chiarita la scelta del termine, provo a definire alcuni punti fermi.

1) I flussi migratori da un territorio all’altro sono sempre esistiti e sono una caratteristica naturale degli umani, un po’ come la cacca per essere chiari. Non a caso, partendo dall’Africa homo sapiens ha colonizzato l’intero pianeta in un periodo di tempo relativamente breve. Gli esseri umani si muovono. Se questo sia un loro “diritto naturale” o meno non lo voglio nemmeno discutere perché non conosco un significato coerente attribuibile alle due parole appena virgolettate. Prendo nota del fatto indiscutibile: gli umani si muovono, ognuno per le proprie ragioni, personali o collettive. Io stesso sono un nomade che abita il pianeta Terra per vivere la sua vita.

2) Gli esseri umani hanno un innato senso di proprietà per il territorio che essi abitano. Lo percepiscono come loro e ritengono di avere il diritto di escludere altri umani dall’usarlo. Se altri cercano di usare le risorse di quel territorio (nei tempi andati tali “risorse” includevano le donne, ma transeat …) essi vengono percepiti come “nemici” e si cerca di respingerli. Di nuovo, non mi interessa discutere se questo sia un “diritto naturale” (tema sul quale si son scritte stronzate infinitamente ilari, guarda caso amate sia dai nazionalisti che dai socialisti che uniti fanno il nazional-socialismo ora di moda) o meno. Noto che così è ed è sempre stato da quando homo sapiens s’aggira per il pianeta. La ricerca in campo antropologico (specialmente quella nota come evolutionary psychology) sostiene che questi istinti o tratti psicologici degli umani siano delle adaptation evolutive alla situazione ambientale in cui si sono evoluti: se hai il minimo per sopravvivere, e quel minimo viene dalla terra che abiti, l’arrivo di altri umani che intendono sfruttare i prodotti di quella terra mette in pericolo la tua sopravvivenza. Quindi li combatti per sopravvivere ed elabori norme, metodi e giustificazioni “morali” per farlo. Sembra ragionevole ed intellettualmente m’interessa alquanto. Ma, ai fini odierni, è comunque irrilevante discutere se queste siano o meno le ragioni del nostro senso di proprietà verso la terra che abitiamo. Conta il fatto che così è.

3) I fatti 1) e 2) sono sia incontestabili che in conflitto l’uno con l’altro. La contraddizione è quindi immanente: da un lato è un fatto (diritto naturale?) che gli umani migrano per il pianeta perseguendo i propri fini e, dall’altro, è un fatto (diritto naturale?) che gli umani considerano nemici coloro i quali cercano di migrare nel territorio da loro già abitato. Il conflitto è, appunto, immanente: lo è sempre stato e sempre lo sarà.

4) Il problema politico (= decisione collettiva) non consiste tanto nell’eliminare il conflitto o nel far finta che non vi sia, ma nel gestirlo. Gestire il conflitto immanente richiede scegliere un punto intermedio fra “gli umani migrano da un territorio all’altro” e “gli umani possiedono il territorio che abitano”. Questa banale implicazione logica di due fatti incontestabili toglie di mezzo sia le troiate “schmittiane” (l’Italia è degli “italiani” perché essi la abitano da N anni) sia quelle “liberal-libertarie” (l’Italia è di “chiunque” la voglia abitare). Se il conflitto è inevitabile la politica deve occuparsi di minimizzarne i danni, ovvero massimizzarne i rendimenti. Questo non toglie che, per raccogliere consenso, alcuni usino o ben l’uno o ben l’altro corno del dilemma a seconda di quale sia, nel momento dato, l’istinto umano (proprietà vs migrazione) dominante. Si può fare ma, come i fatti dimostrano, il conflitto rimane.

5) Il conflitto è immanente anche a livello personale, non solo collettivo. Ognuno di noi percepisce (pensa, sente, ritiene, fate vobis) che il territorio dove vive gli appartiene più che a coloro che vengono da fuori di esso. Ovviamente questa sensazione o idea non è {0,1} e la sua intensità dipende sia da quanto tempo uno ha passato in un dato territorio, che dalla sua area, che dal tipo di “foresti” che incontra, eccetera. Ma la percezione, istintiva, esiste. Al tempo stesso ognuno di noi percepisce come ovvio potersi spostare, di tanti kilometri o di pochi, dal luogo dove ora vive per andare a vivere da un’altra parte. Anche in questo caso vi sono gradazioni d’intesità e più lontano uno pensa di spingersi meno ovvio gli sembra di poterci andare a vivere di punto in bianco. Ma anche a livello individuale entrambi i “pensieri” sorgono spontaneamente e vengono razionalizzati come “diritti”. Io penso di avere un qualche diritto di proprietà verso il territorio dove sto vivendo ed al contempo penso di avere il “diritto” di spostarmi e di scegliere d’andare a vivere altrove. Siamo tutti nomadi legati alla terra dove oggi viviamo.

Un detour sulle questioni politiche correnti

Parentesi (che si può omettere) sulla questione italiana (europea e dell’intero mondo occidentale infatti). I termini economici della questione sono stati ben illustrati negli articoli di Aldo e Giulio citati in apertura, non li ripeto. Aggiungo solo due collezioni di dati, le cui implicazioni economiche mi sembrano ovvie.

Il primo lo trovate in questa tabella. Confrontate (anno per anno) i nati degli ultimi dieci con la popolazione d’età compresa fra i 52 ed i 62 (l’età, quest’ultima, a cui i rossobruni ritengono sia buona idea andare in pensione per i 25-30 anni seguenti). Il numero medio di nascite è di circa 500mila con trend decrescente (l’ultimo è 456mila). La media di persone nei dieci ultimi anni di età lavorativa è di 850mila circa. La differenza è pari a circa 350mila: ogni anno in Italia le forze di lavoro potenziali diminuiscono di 350mila persone! Se volete essere più prudenti confrontate i gruppi d’età 16-20 e 58-62: la differenza è “solo” di -210mila! Quest’ultimo deficit si sta realizzando oggi, non fra qualche anno! Il secondo insieme di dati è in questa pagina: date un’occhiata ai processi demografici in corso in Africa e nel Medio Oriente. L’argomento economico segue da solo. Passo quindi alle questioni politiche e culturali, che sono quelle che mi hanno spinto a scrivere il post.

Siccome è ovvio che, sul piano economico, l’Italia e l’Europa beneficiano dall’arrivo di un numero sostanziale di immigrati e siccome è altrettanto ovvio che nessuno teorizza – nemmeno Giulio, anche se una volta Sandro in un momento lirico argomentò che forse la politica migliore era aprire totalmente le frontiere – non si debba gestire il flusso cercando di attrarre quelli che meglio si adattano alla situazione socio-economica del paese, la discussione di politica economica dovrebbe iniziare qui. Ovvero su come gestire flussi, sostanziali, di immigrazione e NON su come bloccarli o su come espellere chi è già arrivato.

Troppo facille? In Italia una vera politica dell’immigrazione non è mai stata fatta, i filtri non si sono mai introdotti, i processi d’inserimento non esistono ed una politica attiva per attirare persone che possano rapidamente integrarsi non si fa. Questo fatto, verissimo, NON dipende dall’essere o meno a favore dell’immigrazione in via di principio ma, bensì, da due specificità italiane.

Con “specificità” non intendo sostenere che l’Italia sia l’unico paese dove questi problemi si presentano, ma che in Italia essi sono particolarmente più gravi che in ogni altro paese limitrofo o simile a noi. Mi riferisco a, nell’ordine, un apparato dello stato ridicolo ed incapace di svolgere la sua funzione ed una cultura xenofoba, o razzista che dir si voglia, diffusa e profonda come in nessun altro paese occidentale avanzato.

Le politiche attive dell’immigrazione non risolvono tutti i problemi ma, se devo giudicare dai risultati relativi, funzionano ovunque molto meglio che in Italia. Immagino che questa affermazione verrà immediatamente contestata puntando il dito alle tensioni che, specialmente negli anni recenti, sono emerse in altri paesi europei e al supposto “fallimento dell’integrazione e della società multiculturale”. Sono stronzate: che una politica d’inserimento funzioni lo si giudica guardando ai costi sopportati ed ai benefici ricevuti non dall’assenza di problemi e dalla presenza di tensioni. Queste ultime sono, appunto, i costi perché quelli economici sono minuscoli. I benefici vengono dal fatto che milioni di immigrati si sono integrati nel mondo del lavoro e nelle società europee. I non integrati sono minoranze dell’ordine del 5% o meno. Problema serio, anche pericoloso quando funziona da albergo per fenomeni terroristici ma contrallabile e controllato. Questo è successo persino in Italia: gli immigranti sono oggi circa il 10% della popolazione e contribuiscono enormemente alla vita del paese. Nonostante i costi siano stati qui maggiori, i benefici continuano ad essere incommensurabili (sì, Tito Boeri ha ragione mentre invece questo mediocre boiardo di stato mente). Se le cose si son fatte peggio che altrove il problema è tutto dei nostri governi e della nostra pubblica amministrazione, ossia dei Polillo e di coloro che hanno servito. La gestione dell’immigrazione in Italia funziona peggio che altrove per le stesse ragioni che treni, scuole, sistema giudiziario, eccetera, funzionano peggio che altrove. La prima specificità sta nel settore pubblico italiano, nello stato italiano e nella politica italiana, non negli immigranti che non sono diversi in Italia da quel che sono in altri paesi.

Torniamo al punto cruciale, ovvero il mio razzismo.

Veniamo ora alla seconda specificità, che è quella che m’interessa davvero: noi italiani siamo pubblicamente e politicamente molto più razzisti/xenofobi del resto degli europei. L’evidenza empirica oramai è schiacchiante (esempi: quiqui e qui).  Lo siamo da lungo tempo, il razzismo e la xenofobia degli italiani – che negli ultimi anni sono riusciti a manifestare invidia ed ostilità verso tedeschi, austriaci, francesi, inglesi e financo spagnoli – è cosa vecchia e generalizzata. Le sue origini storiche e culturali le discuto altrove (nella sequenza sul regime rosso-brunato), qui voglio entrare nel personale.

E qui vengo alla confessione personale: io sono privatamente razzista ma non lo sono pubblicamente.

Lo sono per la ragione discussa anteriormente nella voce 2) e per ragioni “culturali” o “psicologiche” che si possono riassumere in alcune sensazioni, reazioni ed atteggiamenti che non credo essere solo miei ma che so essere miei. Mentre ho centinaia di amici e conoscenti di etnie e culture diverse dall’italiana devo ammettere che i miei veri amici non italiani si contano sulle dita di poche mani. Faccio fatica ad accettare usi e costumi privati di altri, anche se nei 35 anni trascorsi fuori d’Italia ne ho sperimentati ed apprezzati molti e da loro ho appreso. Tendo ad avere un (razionalmente immotivato ma istintivo) senso di alterità e superiorità verso persone con tratti somatici, odori e regole d’interazione diverse da quelle a cui mi son abituato crescendo in Italia. Soprattutto faccio un’obiettiva difficoltà a pensare di vivere in un ambiente culturalmente non “europeo-mediterraneo” e, persino dopo 35 anni di USA, vi sono molti aspetti del loro modo di vivere e comportarsi che tendo a trovare irritanti o incomprensibili. Insomma, credo di essere istintivamente e privatamente un razzista, anche se in una versione “leggera”. E credo di essere in compagnia della grande maggioranza non solo in Italia ma ovunque nel mondo. Per le ragioni dette sopra.

Al contempo credo, anzi son certo, di non esserlo pubblicamente. Evito di “lodarmi”, che sarebbe ridicolo, ma sottolineo il fatto che mi è costato fatica (almeno all’inizio, ora è più facile perché la cosa è diventata sia ovvia che abituale) agire pubblicamente in modo non razzista o anche anti-razzista. La parola chiave qui è “pubblicamente”, ovvero nei miei comportamenti e discorsi pubblici, nelle mie scelte politiche e nelle decisioni collettive. La ragione, alla fine, è molto semplice: sono incapace – con qualsiasi criterio, razionale o istintivo che sia – di tracciare una linea fra quelli verso cui riterrei “legittimo” discriminare e quelli che no. E siccome questa linea non la so tracciare in modo coerente, allora non la traccio proprio. La slogan “restiamo umani” si fonda su questa banalità.

Certo, potrei invocare i diritti umani e le grandi elaborazioni filosofiche che li fondano. Mi accontento di osservare che – qualsiasi sia lo stato in cui io decida di vivere – vi sarà sempre una percentuale sostanziale di persone insopportabili, puzzolenti, ignoranti, stupide (in senso stretto, ovvero con QI basso), violente e financo con istinti criminali. Questo NON implica che li debba andare a cercare e nemmeno implica che queste percentuali siano uguali ovunque: sono ovviamente più alte in certi ambienti o paesi e più basse in altri. Questo il succo, messo molto brutalmente riassunto, dell’argomento di Aldo, di cui condivido la preoccupazione ed anche l’onestà intellettuale nel provare a discutere ciò che l’osservazione empirica da decenni ci dice e quasi tutti tacciono. Ma una percentuale sostanziale di persone con queste caratteristiche la trovo anche fra gli italiani e gli statunitensi, ovvero fra i cittadini dei paesi di cui ho in tasca il passaporto. Quindi, che faccio? Discrimino costoro? Li deporto? Agisco politicamente per censirli, rinchiuderli, controllarli, discriminarli, esperllerli?

Prendiamo la variabile QI di cui oggi in Italia molto si discute (potremmo fare lo stesso con misure d’ignoranza/alfabetizzazione o altro). Tutta l’evidenza a disposizione dice che in ogni paese la frequenza di persone con on QI inferiore alla media sia di circa il 50%. In alcuni paesi la media si aggira attorno a 106-108 (l’Italia è uno di questi), nella grande maggioranza attorno a 100 ed in parecchi altri raggiunge valori attorno a 80-90. Son valori relativamente bassi e siccome in quel 50% sotto la media molti scendono a 90, 80 o 70, non è difficile cogliere il problema. Che facciamo? Togliamo i diritti civili a quelli sotto la media? A quelli mezza standard deviation sotto la media? Una intera? Due? Dove tracciamo la linea fra l’umano ed il non umano?

Guardate che la questione è tutta lì e NON è risolvibile in modo istintivo ma solo facendo sì che quella parte del nostro cervello che chiamiamo “razionale” si imponga sul resto. In un conflitto personale continuo, quotidiano. La qual cosa la rende difficile da accettare e personalmente contraddittoria per le ragioni elencate in apertura: perché si fonda su un conflitto immanente fra i nostri istinti – tribali e migranti al contempo – e la nostra comprensione razionale dell’impossibilità di tracciare una linea netta che separi, fra gli umani, gli “aventi diritti” dai “non aventi diritti”. Un conflitto che non risolveremo mai in modo definitivo e che accompagnerà ogni società umana per sempre, o per lo meno sino a quando un mitico “stato ergodico globale” non venga raggiunto.

La politica dell’immigrazione da qui deve partire e su questo si fonda: sull’accettazione del conflitto continuo e sulla necessità di gestirlo quotidianamente in quanto conflitto. L’armonia fra le “razze” non si dà naturalmente, il meglio che si può fare è costruire artificialmente la tolleranza.

Ah, dimenticavo, se c’è un messaggio che differenzia il Cristianesimo dal resto delle religioni che conosco sta tutto qui: siamo tutti umani, anima o meno.

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