La bagarre rossobrunata sugli inceneritori

L’ultimo fronte di scontro fra i gemelli diversi Salvini e Di Maio è sugli inceneritori. Il Capitano leghista ne vorrebbe uno in ogni provincia; il bisministro del lavoro e dello sviluppo economico neanche uno in Europa. Due posizioni evidentemente inconciliabili tanto sono distanti fra di loro, ma che evidenziano come a) la coalizione che regge in questo momento il Paese sia la più raffazzonata che si possa immaginare b) il pressapochismo ignorante sia il collante dei due partiti c) qualunque cosa si può dire se si parla al proprio elettorato e non all’interesse del Paese.

In questo post cercheremo di capire chi dei due ha ragione, ma anche se uno dei 2 ha ragione, perché il clima politico, le dichiarazioni roboanti evidentemente approssimative e, soprattutto, l’evidenza empirica ci dicono che su materie complesse ed ad elevato grado di ideologizzazione, come quella che attiene alla salute, c’è ben poco da fidarsi delle parole dei politici.

I dati che riporto sono ripresi dal Rapporto Rifiuti Urbani 2017 (integrato nel 2018) e dal Rapporto Rifiuti Speciali 2018 elaborati dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).

La gestione dei rifiuti in Europa

Un’analisi comparata della gestione dei rifiuti è utile per verificare a che punto è il recepimento delle direttive europee in materia ambientale, sia sotto il profilo normativo che sotto quello propriamente effettivo e per individuare quelle che possono essere identificate come best practice da utilizzare comebenchmark per una corretta gestione del problema.

L’Unione Europea è intervenuta più volte sul tema emanando direttive circa la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti sia urbani che speciali a partire dalla direttiva 99/31/CE, fissando anche gli obiettivi di trattamento e riutilizzo dei materiali; obiettivi monitorati e rifissati con cadenza triennale. Il corretto trattamento e smaltimenti dei rifiuti è inoltre uno dei parametri di valutazione utilizzati dalla Commissione per valutare le istanze di ingresso nella UE dei Nuovi Stati richiedenti.

In UE 28 si producono ogni anno 242,4 milioni di tonnellate di RU. I 5 stati membri più popolosi (Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Spagna) ne producono il 68% (165 milioni di tonnellate). La produzione per abitante espressa in kg è 478; in Germania ogni abitante produce 625 kg di rifiuti, in Italia 486.

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I Paesi del nord Europa sono quelli in cui c’è un minore utilizzo delle discariche, con la Germania che le ha praticamente eliminate. Nel 2015 la quantità di rifiuti destinati a discarica in Germania era di sole 106 tonnellate, poco più di un kg pro capite

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I dati di Italia, Francia, Spagna e Regno Unito sono grosso modo allineati, eccezion fatta per il dato pro capite dove l’Italia nel triennio 2013-2015 mostra un trend di riduzione più marcato.

Specularmente ad un minor utilizzo delle discariche, i paesi del nord privilegiano la destinazione in inceneritori e termovalizzatori. In particolare spicca il dato della Danimarca, dove ben 415 dei 789 kg per abitante prodotti (il 53%) viene incenerito in impianti e solo 9 kg finiscono in discarica.

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Uso intenso degli impianti di incenerimento si fa anche in Germania, Regno Unito e Francia, mentre più staccati sono i dati di Italia e Spagna

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Più in generale si può dire che ci sia una relazione inversa fra utilizzo delle discariche e altre forme di smaltimento del rifiuto (recupero/riciclaggio, compostaggio, incenerimento). I Paesi del Nord Europa, che sono “incidentalmente” anche quelli più ricchi, fanno maggior raccolta differenziata, maggior recupero di energia attraverso i termovalorizzatori e minori conferimenti in discarica. Si consideri che Malta, Grecia, Romania e Croazia hanno  percentuali di conferimento in discarica che vanno dal 92% all’80%, mentre la percentuale di rifiuti avviati a recupero termico oscilla per tutti questi paesi intorno allo 0%.

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L’Italia

Comincio ora ad entrare nel merito della questione sollevata dai due vicepremier.

In Italia si producono ogni anno circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani; 14 milioni nelle regioni del nord, 6,5 milioni nelle regioni del centro e poco meno di 9,5 milioni nel sud e nelle isole. Come per molti altri dati, anche sui rifiuti il paese sembra spaccato in 2 o 3 realtà completamente diverse; fatti salvi comportamenti virtuosi di alcune isolate province.

In generale la produzione di rifiuti è maggiore al Nord e al Centro e inferiore al Sud. L’Ispra, in accordo con l’Istat, ha messo in correlazione la produzione pro capite con gli indicatori economici e la propensione alla spesa delle famiglie individuando una correlazione R2 pari a 0,84 per la propensione alla spesa e 0,70 per il PIL.

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Apro a questo punto una piccola parentesi relativa alla normativa. La legge italiana (Dlgs 33/2003), nonché quella europea, prevede che ogni tipologia di rifiuto urbano, prima di essere conferita a destino, sia esso discarica o inceneritore, deve essere trattata meccanicamente. Il trattamento meccanico è funzionale alla messa in sicurezza da agenti pericolosi, alla separazione della frazione secca da quella umida e così via. Nonostante ciò l’Istituto calcola che nel 2016 ben 856.000 tonnellate di rifiuto non trattato siano finite in discarica.

Dei 326 impianti di trattamento ben 231 sono nel nord Italia.

In ordine al conferimento finale dei rifiuti, la situazione italiana segue a grandi linee le tendenze rilevate in UE, con un nord in cui è più efficace la raccolta differenziata e meno frequente il ricorso alla discarica. Lombardia e Friuli Venezia Giulia conferiscono in discarica appena il 4% dei rifiuti, la Sicilia l’80%. Le percentuali di raccolta differenziata variano intorno al 70% per le regioni del Nord; la Sicilia è fanalino di coda con appena il 15,4%. Naturalmente esistono eccezioni, penso a Benevento con percentuale sopra il 70%, ad alcune province della Sardegna (>60%), ma il dato generale evidenzia una spaccatura profonda nel Paese.

Dei 46 impianti di incenerimento si è scritto ampiamente in questi giorni sui quotidiani. La gran parte sono ubicati al Nord (di cui 13 in Lombardia e 8 in Emilia Romagna ) e solo 7 al Sud (in Sicilia nessuno). Il 69% dei rifiuti destinati ad inceneritore (Frazione secca e Combustibile Solido Secondario sul quale torno verso la fine di questo post) sono trattati al Nord, il 12% al Centro e il 19% al Sud. In totale in Italia vengono destinati ad incenerimento 5,4 milioni di tonnellate; il 18% del totale rifiuti prodotti.

Il recupero energetico dovuto all’incenerimento è stato nel 2016 pari a 4,6 milioni MWh di energia elettrica e 2,2 milioni MWh di energia termica con un rapporto medio Kw/Kg  bruciato pari a 0,68. Lascio agli ingegneri la valutazione sulla bontà di questo rapporto.

Si comincia comunque ad intuire perché paesi più ricchi ed industrializzati abbiano fatto la scelta dell’inceneritore e del cogeneratore.

Trasporto transfrontaliero

Abbiamo visto che delle 30 milioni di tonnellate anno prodotte in Italia quasi 7,5 vengono conferite in discarica, 6 incenerite, circa 5 utilizzate in trattamenti di compostaggio e 7,6 (soprattutto cartone) riciclate. C’è però una parte non trascurabile che viene esportata. Circa 433.000 tonnellate di rifiuti, la stragrande maggioranza non pericolosi, varcano ogni anno la frontiera andando ad alimentare per lo più impianti di incenerimento in Austria e Ungheria (il 57%). Questi due paesi ricevono da noi in particolare CSS (Combustibile Solido Secondario, codice CER 19.12.10).

La Campania, prima regione esportatrice, “trada” 103.000 tonnellate di rifiuti di cui 74.000 di rifiuti prodotti dal trattamento meccanico (Codice CER 19.12.12) per la maggior parte in Austria.

La quasi totalità dei rifiuti che esportiamo è oggetto di recupero di materia o energetico e solo lo 0,1% viene smaltito.

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Insomma, non siamo allo spreco di ricchezza ma quasi.

Paradossalmente siamo anche importatori di rifiuti, principalmente dalla Svizzera, per circa 208.000 tonnellate annue. La Campania, che non esporta nessun rifiuto pericoloso, importa 36.000 tonnellate (principalmente scarti di abbigliamento) e 101 tonnellate di rifiuti pericolosi.

Costi

Un’analisi molto interessante è quella relativa ai costi pro capite relativi a tutta la filiera del rifiuto, dalla raccolta allo smaltimento. Il cittadino del nord paga in media 179,64 euro, quello del centro 240,20, quello del sud 229,11. Dai dati disaggregati emerge che il costo pro capite è sempre tanto inferiore quanto è maggiore la percentuale di raccolta differenziata.

I nostri eroi

Torniamo ora dunque ai nostri eroi, che mentre scrivo sono a Caserta a firmare fra squilli di fanfara e fiumi di demagogia un protocollo per la gestione della Terra dei Fuochi. Ebbene le vicende accadute nel casertano e nel napoletano nulla hanno a che fare con gli inceneritori. Quelle terre sono state chiamate dei fuochi per i roghi che, a cielo aperto, venivano accesi per bruciare i rifiuti lasciati nei campi. L’associazione di idee sottintesa nelle parole di Di Maio, e dei suoi compari di governo pentastellati, con gli impianti di incenerimento costruiti secondo le norme, dotati di sistemi di abbattimento fumi, che ricevono rifiuti trattati prima di essere conferiti, frutto della raccolta differenziata, con i roghi della camorra non c’entrano niente.

La camorra guadagnava, e forse ancora guadagna, dalla gestione dei rifiuti ma guadagna con poca spesa. Un impianto integrato (ovvero capace di fare trattamento preliminare, incenerimento e separazione-abbattimento dei fumi) di piccole dimensioni, capace di stoccare e trattare 600 metri cubi/h costa a mercato non meno di 40/50 milioni di euro. Molto più proficuo interrare in discarica, magari abusiva, la “monnezza” che bruciarla. Nulla vieta a chicchessia, anche alla criminalità organizzata, di fare investimenti pesanti, ma se questo fosse il problema allora perché costruire strade, ponti e infrastrutture in genere?

Il problema principale dei rifiuti è che non si possono azzerare del tutto, nonostante quello che raccontano i 5 Stelle. Per quanto il recupero di materia sia spinto, immaginare un mondo senza rifiuti è illusione; assomiglia a quella battuta comparsa su Lercio che diceva a proposito dell’emergenza topi a Roma “li convinceremo ad usare i preservativi”. Persino dopo che i rifiuti sono stati bruciati negli impianti più moderni la loro combustione genera altri rifiuti. Quindi prima o poi bisogna averci a che fare. Non tutto può essere riciclato. Una buccia di mela non può essere riciclata o trasformata tal quale in Materia Prima Seconda. Per farlo serve che passi per un impianto di compostaggio a cui i 5 Stelle sono contrari.

Nella provincia di Treviso, la più virtuosa in Italia con una percentuale di differenziata del 90%, circa 40kg di rifiuti pro capite annui non possono essere recuperati e quindi devono essere smaltiti in qualche modo. Il Movimento 5 Stelle, contrario ad ogni forma di smaltimento, anche green, pensa alle discariche? Lo dica.

La posizione opposta è quella del leader leghista Salvini secondo il quale ci vorrebbe un inceneritore in ogni provincia. Neanche questa posizione convince del tutto perché per generare efficienza è necessario trattare grandi quantità di rifiuti e perché senza impianti di pretrattamento integrati con l’inceneritore, che come detto ha costi specifici molto elevati, il rientro dall’investimento è molto lento. A meno che gli impianti siano pochi e quindi facciano mercato chiedendo costi di conferimento molto elevati. Condizione questa che esclude l’idea di un impianto per provinciam dunque. E’ il caso ad esempio dei rifiuti di Roma Capitale, il cui smaltimento è costato circa il 40% in più dei prezzi medi praticati prima che venisse bloccata la discarica di Malagrotta.

Una strada alternativa, o meglio complementare, è quella di utilizzare i cementifici in forza di una direttiva CE recepita in Italia nel 2013 conferendo CSS. Si può fare, anche perché il Combustibile Solido Secondario ha buone caratteristiche calorifiche (circa il 70% rispetto al carbone) e basse emissioni di CO2 (all’incirca 1/3), ma anche in questo caso i costi di revamping per adattare caldaie e turbine al nuovo combustibile sono affatto trascurabili; specie per gli impianti progettati qualche decina di anni fa. Gli esempi di conversione di vecchi cementifici senza pesanti interventi tecnici raccontano di improvviso innalzamento delle emissioni inquinanti, soprattutto metalli. Tanto vale a quel punto costruire termovalorizzatori ad alta capacità energetica con tecnologie moderne di trattamento dei fumi e degli scarti.

In conclusione ritengo che tutta questa bagarre produrrà nulla e sia funzionale solo agli interessi elettorali dei 2 partiti che formano la maggioranza.

Probabilmente gli esempi virtuosi a cui guardare sono nel Nord Europa. Oppure a quelle eccellenze nostrane che esportano tecnologia per i termovalorizzati extra territorio. Ma l’Europa a cui guardano i rossobrunati è solo quella da attaccare perché non fa fare deficit.

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