Immigrazione, che fare? Alcuni aspetti legali

Facendo seguito al dialogo sull’immigrazione tra Aldo e da Giulio, fornisco in questo articolo una riflessione su alcuni aspetti normativi dell’immigrazione. La prospettiva e’ quella di un magistrato che, su questa materia, ha spesso a che fare con questioni che più interessano il cittadino comune.

Premetto che la materia è molto vasta e richiederebbe un post lunghissimo. Inoltre, pur avendo a che fare con essa, io non sono un esperto e quindi chiedo fin d’ora venia su eventuali imprecisioni ed incompletezze. Prima di pubblcarlo, ho chiesto a un’avvocatessa che dà assistenza a molti migranti di revisionare il mio articolo, quindi le imprecisioni residue dovrebbero essere poche. Ciò premesso, il cittadino comune tende (spesso aiutato dalle sirene populiste) a fare di tutta l’erba un fascio ed a non considerare che i migranti appartengono a diverse categorie, ognuna di esse con il suo preciso status giuridico. E’ ovvio per la platea dei lettori di questo blog che qui si parlerà esclusivamente di migranti provenienti da paesi extra UE.

Su questo vorrei fare una piccola digressione. Dell’UE fa parte anche la Bulgaria che, notoriamente, è il paese più povero dell’intera Unione. L’estrema povertà nella quale vive una gran parte della popolazione di quel paese, in linea teorica, dovrebbe indurre la stessa a migrare in massa verso i paesi più ricchi, potendo farlo senza limitazione alcuna. Sennonché non risultano immigrazioni di proporzioni bibliche dalla Bulgaria. Dico ciò per evidenziare come i fattori che inducono ad emigrare siano molteplici e che, salvo catastrofi come quella siriana, non si spostano intere popolazioni per sole ragioni economiche. Tornerò su questo alla fine dell’articolo.

Venendo alla varie tipologie di immigrati, la prima categoria, come è ovvio, è quella dei migranti regolari. Il numero di persone che possono immigrare regolarmente in Italia viene stabilito anno per anno con il “Decreto flussi”. Per l’anno 2018 è consentito l’ingresso ad un numero  pari a 30.850 lavoratori. Lo Stato, nel momento in cui dà un permesso di soggiorno per ragioni lavorative, deve concedere una serie di diritti all’immigrato. Il principale è quello dell’iscrizione al sistema sanitario nazionale. Nel contempo, lo Stato non ha l’obbligo di fornirgli un’abitazione e/o altre forme di assistenza. Tuttavia, il cittadino extra UE che ottiene un permesso di soggiorno in Italia entra nell’area di Schengen non può trasferirsi immediatamente a vivere e lavorare in un altro paese dell’Unione. Deve aspettare cinque anni, dopodiché può ottenere un permesso di soggiorno UE.

La seconda categoria di migranti è quella dei richiedenti “protezione internazionale asilanti” o, piu’ brevemente, i richiedenti asilo (rifugiati). Essi sono definiti dalla convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951. Per i rifugiati non è possibile stabilire un tetto perche’ ogni persona che rientra nella definizione di richiedente asilo data dalla convenzione ha diritto di essere accolto in uno dei paesi aderenti all’accordo. La convenzione è stata stipulata negli anni ’50, quando era ancora viva la vergogna che molti stati provavano per avere respinto centinaia di migliaia di ebrei che fuggivano dalle persecuzioni naziste, accompagnandoli, di fatto, nelle camere a gas di Auschwitz. Nel contempo, in un clima di guerra fredda, questo strumento era utile a stigmatizzare i paesi dell’Europa comunista. Con l’andare del tempo nella categoria di rifugiato sono state inserite anche le popolazioni costrette a scappare in massa da paesi in guerra. Essendo stata la Germania nazista il protagonista della persecuzione degli ebrei, la Repubblica Federale Tedesca aveva adottato una legislazione particolarmente generosa che, a partire dagli anni’80, ha subito sempre maggiori restrizioni. A differenza del cittadino extra UE di cui alla prima categoria, il rifugiato ha tutta una serie di diritti ulteriori espressamente previsti da diverse direttive europee. In una ricostruzione dettagliata del coacervo normativo si legge che

venendo agli obblighi in capo ai singoli Stati membri, la direttiva prevede che essi prendano le misure necessarie per la concessione di un titolo di soggiorno temporaneo, consentano agli sfollati di svolgere un’attività lavorativa. Gli Stati devono poi garantire che essi vengano “adeguatamente” alloggiati e ricevano un’assistenza sociale, contributi al sostentamento e cure mediche.

Come si può vedere, gli oneri a carico dello stato ospitante sono maggiori rispetto a quelli dovuti alla prima categoria.

Nel 1990 l’Unione Europea ha stipulato la convenzione di Dublino con lo scopo di regolare meglio l’ingresso dei profughi, stabilendo che essi debbano presentare la domanda di asilo nello stato dove, per la prima volta, hanno lasciato le impronte digitali e, quindi, in linea di massima nel primo paese dove hanno fatto ingresso. Tale sistema finisce per favorire i paesi dell’UE che non hanno confini esterni oppure, i cui confini esterni sono rivolti a nord (Germania, Austria, Francia, Benelux). I paesi più gravati dalla convenzione, allo stato attuale, sono la Grecia e l’Italia.

Fatte queste prime premesse, proviamo a metterci nei panni di un “migrante economico”. La via dell’immigrazione regolare è relativamente difficile, mentre è facile, perché in linea di principio illimitata, quella dell’asilo politico. Quindi quest’ultima strada diventa molto attraente. Ovviamente, la sua percorribilità dipende dal paese di provenienza: la maggior parte degli stati vengono considerati “sicuri” e quindi chi proviene da essi non può dichiararsi un rifugiato. Per esempio, la Tunisia è considerata uno stato sicuro, la Siria no. Fra l’altro la definizione di stato sicuro non preclude la proposizione della domanda in quanto la Commissione che decide può concedere la cosiddetta “protezione sussidiaria” vincolata a presupposti molto diversi da quelli dei richiedenti asilo. Questo rende più lungo il tempo di esame delle domande e di decisione, un processo che ormai dura intorno ai 2 anni con aggravio di spese enormi visto che in questa fase l’accoglienza è a carico del paese che accoglie. Ritornando al nostro siriano, egli ha “diritto” di entrare in UE mentre il tunisino deve rimanere a casa sua dove, attualmente, non ha prospettive economiche. Dunque per ottenere l’ingresso e la permanenza, il ragazzo tunisino deve fare finta di essere un siriano (oppure chiedere una protezione sussidiaria argomentando sul fatto che in Tunisia rischia la pena di morte o altro). A tal fine potrebbe procurarsi dei documenti falsi, ma questo è relativamente raro poiché prima o poi la loro falsità viene scoperta. Molto più semplicemente egli non porterà con sé alcun documento identificativo. Sbarcato in Italia dichiarerà delle generalità false. A questo punto lo stato di accoglienza dovrà, innanzitutto, fornirgli tutta l’assistenza prevista per i profughi in attesa di verificare se ciò che il migrante riferisce, corrisponda al vero o meno. E la verifica, come ognuno può immaginare, non consiste nell’inviare un’email alle autorità siriane con pronta risposta da parte loro. È complessa, dura anni e, difficilmente dà risultati certi. In sostanza, l’immigrato ha l’immediato vantaggio di poter rimanere in Italia, avere un’assistenza e qualche probabilità di successo che la sua domanda venga accolta.

La terza categoria di migranti è quella degli immigrati irregolari tra i quali abbiamo coloro che hanno fatto ingresso illecitamente senza dichiararsi rifugiati (ormai una minoranza) e coloro che, dopo essersi dichiarati rifugiati, hanno visto respingere la domanda. Tutte queste persone, secondo la legge, andrebbero espulse dallo Stato. Per procedere all’espulsione è tuttavia necessario conoscerne l’esatta identità, altrimenti il paese dal quale il migrante proviene secondo le autorità italiane non lo riammetterà. Pertanto, prima di procedere all’espulsione, è necessario identificare il migrante. A tal fine, sempre secondo la legge, andrebbe condotto in un CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) e trattenuto là fino alla sua identificazione e successiva espulsione. Ognuno comprende come, a fronte di centinaia di migliaia di immigrati irregolari, la capienza dei CIE sia totalmente insufficiente, sicchè questa via non è percorribile. Di fatto lo Stato si rivela impotente di fronte al fenomeno.

I diversi governi Berlusconi hanno provato a percorrere la via della deterrenza penale. A tale scopo hanno introdotto due distinte fattispecie di reato. Primo, quelle di cui agli articolil 10bis e 14, comma 5ter, DLVO 286/98. L’art. 14 DLVO 286/98 prevede che all’immigrato irregolare trovato sul territorio nazionale il Prefetto notifichi un atto con il quale lo stesso viene invitato a lasciare lo Stato. Qualora egli non dovesse ottemperare all’invito, scatta la sanzione penale. Originariamente la norma prevedeva l’arresto obbligatorio ed il rito direttissimo e quindi si celebravano stanchi processi con immediata liberazione e condanne con pene sospese a soggetti la cui colpa era quella di avere cercato un luogo in cui sfuggire all’indigenza.

La seconda fattispecie di reato punisce il migrante che faccia abusivamente ingresso in Italia o vi si trattenga. Con la sentenza pronunciata il 28 aprile 2011 nella causa C-61/11 Hassen El Dridi, alias Soufi Karim, la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che, condannare i clandestini a pene detentive per il solo fatto di avere fatto ingresso e/o essersi trattenuti abusivamente nell’Unione viola il trattato. Logica voleva che, a quel punto, le norme in questione venissero abolite. Invece, nella versione attuale, si arriva al paradosso per cui la violazione dell’art. 10bis è punito con l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro, mentre quella dell’art. 14, comma 5 ter, con la multa da 10.000 a 20.000 euro. Avete letto molto bene, pene pecuniarie contro dei clandestini. Non credo di dover aggiungere altro. Si tratta di misure introdotte con la legge Bossi/Fini e quindi da Berlusconi quando era al potere unitamente agli alleati della Lega e di AN. Aggiungo che, trattandosi di processi penali, questi fantasmi hanno diritto ad un avvocato che gli viene assegnato d’ufficio e che viene pagato dal contribuente italiano con il gratuito patrocinio.

Il migrante che vive nella condizione di clandestinità è una specie di zombie che non può cercarsi un lavoro né un alloggio. Non ha nessuna prospettiva ed è forzato a vivere di espedienti di micro- ed anche macrocriminalità, dal furto al supermercato allo spaccio di sostanza stupefacente, oppure nella migliore delle ipotesi a farsi sfruttare in condizioni di paraschiavitù. Non può (nel senso che non si riesce) essere espulso e continua a vagare per le nostre città trasmettendo un senso di insicurezza al cittadino ed un senso di impotenza alle forze dell’ordine. Accumula precedenti penali che, prima o poi, lo faranno finire in carcere, dal cui circuito, in assenza di un’abitazione ed un lavoro, non può uscire. Un circolo vizioso senza vie d’uscita, che affolla le già insufficienti carceri italiane.

Questo a grandi linee il quadro della situazione. Proviamo ora a tirare alcune conclusioni. Come si è visto, continuando a tenere fermo il dualismo tra migrante economici e rifugiati l’Unione europea finisce con il trovarsi in mezzo al guado perché è lei stessa ad incentivare l’immigrazione clandestina con le regole che ha adottato. Il problema continuerà ad essere drammatico o comunque percepito come tale dal cittadino comune, spingendolo tra le braccia di movimenti fascistoidi che, non a caso, hanno sempre più successo in Europa. Una politica seria dovrebbe uscire dal guado e prendere una decisione in un senso o nell’altro. Le alternative sono due.

La prima è quella di rivedere completamente i trattati sui rifugiati. In altre parole, gli europei dovrebbero avere il coraggio di dire che, da ora in avanti, nessun rifugiato anche se può documentare di essere un perseguitato politico e/o vittima di razzismo e/o di fuggire da un paese devastato dalla guerra, avrà diritto all’accoglienza. Questo non eliminerebbe il fenomeno della clandestinità, ma consentirebbe di ridurlo in maniera significativa. Inoltre, verrebbero eliminati tutti costi derivanti dall’ingresso di persone che si dichiarano rifugiati (a partire dall’assistenza, fino ad arrivare al risparmio conseguente all’eliminazione di tutto l’apparato burocratico chiamato ad istruire le pratiche di asilo). È ovvio che questo significherebbe buttare a mare quasi settant’anni di conquiste civili e, nel caso dei tedeschi, prendere a calci la propria memoria. È una cosa evidentemente impossibile per la coscienza dell’occidentale medio che si ritiene moralmente superiore e molto attaccato ai “valori di umanità”. Meglio, molto meglio, pagare i libici affinchè tengano i rifugiati in campi di concentramento che ricordano tanto le ragioni per cui la convenzione sui rifugiati fu approvata, oppure pagare il sultano turco e farsi provocare da lui un giorno sì e l’altro pure per non irritarlo troppo, non sia mai che un giorno gli venga in mente di lasciare che i profughi presenti in Turchia prendano la via del mare verso la Grecia. Occhio non vede, cuore non duole.

La seconda alternativa è quella di concedere un permesso di soggiorno a chiunque lo chieda. In altre parole il nigeriano, tunisino, albanese, marocchino che desiderasse immigrare dovrebbe solamente presentare una regolare domanda presso le ambasciate italiane presenti nei rispettivi stati di provenienza per poter venire in Italia e lavorare.

Questo avrebbe tutta una serie di vantaggi perché consentirebbe di:

  1. separare immediatamente il grano (rifugiati veri cui dare tutta l’assistenza ed accoglienza di cui necessitano) dal loglio (migranti economici);
  2. ridurre in maniera significativa i costi connessi all’assistenza ed accoglienza dei rifugiati;
  3. verificare la storia personale del richiedente (è un soggetto pregiudicato? È un jhadista? Pensate a quanti potenziali jhadisti possono essere entrati in Italia, dichiarandosi profughi);
  4. espellere chi non trova lavoro e/o commette reati di una certa gravità.

Sul punto espulsione di persone identificate (cioè di persone dal permesso scaduto e/o revocato) va aggiunto che esiste un notevole contenzioso amministrativo, anch’esso, quasi sempre finanziato dal contribuente italiano attraverso il gratuito patrocinio. A tal fine bisognerebbe pretendere da ognuno che vuole immigrare il versamento di una somma di denaro a titolo di cauzione (cioè restituibile a chi lasci spontaneamente il paese o magari consegua la cittadinanza). Consideriamo che questi migranti fanno un (per loro) sostanzioso investimento pari a svariate migliaia di euro per attraversare il deserto e pagare i trafficanti. Quel denaro dovrebbe essere incassato dallo Stato per pagare, con esso, l’eventuale espulsione (stando ad alcuni articoli di stampa le espulsioni costano circa 4000 euro per ogni persona) ed anche il contenzioso che il migrante volesse instaurare per non falsi espellere. Nel contempo, costituirebbe una soglia di ingresso (non tutti possono pagare) ed un incentivo al rientro nel proprio paese se il sogno occidentale non si dovesse avverare.

Conosciamo tutti l’obiezione sull’opzione n. 2: “non possiamo farli entrare tutti. Ci sarà un’ingestibile invasione”. Orbene, e qui torno a ciò che ho detto all’inizio sulla Bulgaria, esistono diversi studi che dimostrano come non siano intere popolazioni a spostarsi, ma solo una parte relativamente esigua di esse. Inoltre, chi entra regolarmente e non riesce a trovare un lavoro, spesso rientra nel paese di origine. Altra obiezione: “Verremo islamizzati”. Nemmeno io sono un amante della religione islamica. Se devo dirla tutta, non amo nessuna religione, neanche quella cristiana nelle sue molteplici varianti. In ogni caso, anche questo argomento appare essere piuttosto debole. Paesi come la Francia, la Germania o l’Austria, che hanno una componente migratoria da paesi islamici molto più consistente della nostra non hanno perso la loro identità.

In definitiva, la politica di immigrazione, non solo italiana, ma europea ed, in fondo, occidentale (basti vedere cosa fanno gli Stati Uniti o l’Australia), è fallimentare e, di fatto, molto ipocrita. A forza di andare dietro ai bassi istinti dell’opinione pubblica si sta solamente facendo il gioco dei movimenti politici fascistoidi ed un giorno ci troveremo a brindare con l’olio di ricino.

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