I sette peccati capitali della scuola italiana. Con accenno a possibili rimedi

Non mi baso su risultati di ricerche, che pure sarebbero utili, ma sulla mia esperienza personale: prima come padre di tre figli che ho seguito, fra elementari e scuola secondaria superiore, in un arco di tre decenni. Ora, da qualche anno, come volontario in un doposcuola per elementari e medie inferiori, frequentato principalmente da piccoli figli di immigrati, quasi tutti nati in Italia. Luogo ora e allora: Bologna. E’ un’esperienza limitata, ma ha il pregio di riguardare sia scolari privilegiati, come i miei figli, sia svantaggiati.

Elenco sette difetti della scuola di cui gli uni e gli altri subiscono ogni giorno le conseguenze, drammatiche per i più svantaggiati, pesanti per tutti. Li chiamo “peccati capitali” perché fanno gravi danni che la scuola potrebbe evitare. Senza far colpa a nessuno: anche gli insegnanti portano il peso di un sistema scolastico disfunzionale.

1. Una scuola sconnessa dal mondo reale

La scuola dovrebbe aiutare bambini e adolescenti a entrare nel mondo degli adulti, a entrarvi quanto meno sprovveduti possibile rispetto a ciò che li aspetta. Può aiutarli ben poco se il legame fra scuola e mondo esterno è troppo debole. In effetti la scuola italiana, nelle sue pratiche quotidiane, è quasi del tutto autoreferenziale.

Tuttavia gran parte di autorità scolastiche, insegnanti e genitori, danno per scontata questa sconnessione. Per dirne una, i test INVALSI e PISA misurano basilari competenze linguistiche e logico-matematiche, necessarie per stare efficacemente nel mondo attuale. I risultati italiani sono mediocri ma, invece di chiedersi come rimediare, non pochi contestano validità e utilità dei test. Per dirne un’altra, perfino la recente timida introduzione, nelle superiori, dell’alternanza scuola/lavoro, ha trovato diffuse resistenze.

2. Un diluvio di nozioni superflue

Le assurdità generate da questo isolamento della scuola sono innumerevoli. Qualche esempio a caso. Che utilità può mai avere, per l’uso della matematica nella vita adulta, imparare a 12 anni le formulette di trasformazione dei numeri periodici in frazioni? O, per l’uso competente della lingua italiana, imparare decine e decine di complementi in analisi logica (ne ho contati 43, trattati in 71 lunghe pagine di un testo di 2a media)? O, per capire la società, leggere, a 9 anni, l’elenco delle dinastie egizie con nomi e date di faraoni e consorti?

Un simile diluvio di nozioni distrae dall’obiettivo prioritario che tutti gli scolari acquisiscano bene le competenze davvero basilari. Obiettivo mancato, come mostrano i test PISA e INVALSI. Se invece fosse conseguito, niente poi impedirebbe che agli scolari più motivati venisse data l’opportunità di approfondire i loro specifici interessi, fosse anche la lista dei 43 “complementi” in analisi logica — lo dico con amara ironia.

3. Libri di testo poco utili

Un cardine di queste insensatezze è, a mio giudizio, il libro di testo. Mi limito a qualche aspetto, con qualche dato ed esempio.

Mole. Per i testi annuali di Italiano e Matematica, siamo sulle 1500 pagine in tutto. Se si aggiungono le altre discipline, siamo sulle 3000 pagine ogni anno. Quante di esse verranno lette, non dico studiate? Un 20% potrebbe essere una stima ottimistica. Sarei qui favorevole a un’imposizione statale: nelle medie inferiori, non più di 1000 pagine l’anno come totale dei testi di studio obbligatori. A guadagnarne sarebbero le schiene dei pre-adolescenti, e anche le loro menti. Caso estremo, ma istruttivo: in Nuova Zelanda, a 13 anni, niente libri di testo (però un pc per ogni alunno); nelle graduatorie PISA, la Nuova Zelanda supera l’Italia in tutto.

Linguaggio. Più spesso nei testi per le medie, ma talvolta perfino in quelli per le elementari, vien usato un italiano troppo astratto e formale, ricalcato sui testi universitari, inadatto all’apprendimento a quell’età. Basti vedere questo esempio da un testo di matematica di terza media, peraltro eccellente nel panorama italiano. Confrontare con testi e video didattici della Khan Academy, ora tradotti anche nella nostra lingua.

Eserciziari. Il primato spetta ad aritmetica e geometria, ma anche l’italiano (grammatica) non scherza. Migliaia di esercizi (centinaia non basterebbero?) che addestrano a cose che saranno di scarsa o nessuna utilità nella vita di gran parte delle alunne e degli alunni, perciò vissuti da loro come una pena insensata. Che dire del calcolo, a 11 anni, di espressioni numeriche come queste o, a 12 anni, di problemi geometrici come questi? (Confronta in entrambi i casi con i due esempi di test Invalsi pure presenti nelle due pagine.)

Ci sono pure, va detto, case editrici che si sforzano di innovare: risorse digitali, video didattici, testi semplificati per scolari svantaggiati, guide ai test Invalsi. Purtroppo questi ausili, oltre a mantenere i difetti dei testi principale, aggiungono appendici a corpi già straripanti, quando invece bisognerebbe snellire radicalmente tutto.

Strano a dirsi, qualcosa di prossimo alla soluzione ci sarebbe, prodotta dalle case editrici stesse: i loro libri per le vacanze! Esposizione delle nozioni basilari in un linguaggio più amichevole, pochi e meno astrusi esercizi, molte meno pagine: se fossero adottati questi come libri di testo? O se venissero usati, in alternativa, alcuni degli splendidi libri educativi che i buoni genitori borghesi, o chi può permetterselo, comprano nelle librerie per ragazzi come regalo di compleanno per i figli loro e dei loro amici?

E’ probabile che linguaggio astratto ed eccessi nozionistici dei libri di testo si riproducano nelle lezioni degli insegnanti — li hanno adottati poi loro. Ci saranno pure bravi insegnanti che riescono a far apprendere ciò che conta, ma il diffuso ricorso a dosi massicce di compiti a casa fa pensare al peggio.

4. Caterve di compiti a casa

Immaginiamo una scuola che funziona davvero, che realizza il suo compito primario (punto 1). Gli scolari capiscono bene ciò che l’insegnante brevemente spiega, e il resto del tempo è impiegato a fare pratica, con l’aiuto e la supervisione dell’insegnante. I testi, in questa fantasia, sono una sorta di pronto soccorso: se uno ha un dubbio, apre il testo, trova facilmente il punto e risolve il dubbio. Se invece, a scuola, buona parte del tempo è occupato dalla lezione dell’insegnante, dove va a finire la parte principale dell’apprendimento, la pratica che porta a saper fare? Va a finire nei compiti a casa. Meno funziona la scuola, più compiti a casa si danno. Come dire: a scuola impari poco, impara a casa da solo!

Il movimento Basta compiti! ha descritto i danni di questa infelice specialità della nostra scuola. Ne richiamo due: sovraccarico di lavoro che toglie spazio alla vita extrascolastica; discriminazione fra chi può essere seguito a casa da genitori più istruiti e chi meno o per niente. Ma il punto principale è quello già detto: un falso alibi che cela la povertà dell’apprendimento a scuola.

Rimedi? Eliminare o ridurre drasticamente i compiti è il più immediato. Più strutturale è la proposta della Classe capovolta (Flipped classroom): centrare la vita scolastica sulla pratica, riducendo al minimo le lezioni, anche con l’aiuto di testi di studio più snelli e leggibili.

5. Lacune su lacune: la finzione di Nessuno resti indietro

Se questo è il quadro, nessuna meraviglia che larga parte degli scolari apprenda male, o non apprenda affatto, nozioni e procedure basilari. Sto pensando alla matematica, ma vale anche per altre discipline, secondo i test PISA e anche nella mia limitata esperienza. Le lacune si accumulano l’una sull’altra, di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno. Fino al punto in cui un recupero diventa impossibile, l’apprendimento si riduce a zero, e la frequenza scolastica perde ogni senso.

In passato, il rimando a settembre e la bocciatura erano, nella loro grossolanità, meccanismi che potevano consentire almeno un parziale recupero di alcune lacune. L’abolizione di entrambi (formale dell’uno e sostanziale dell’altra), sostituiti da corsi di recupero velleitari e inefficaci, ha aggravato il problema.

Per fare solo un esempio noto a tutti, un’alta percentuale dei ragazzini delle medie inferiori non sa le tabelline. Anche ammesso l’uso delle calcolatrici, risolvere le (inutilmente) complicate espressioni numeriche assegnate in gran copia come compiti a casa, diventa un compito improbo. Per non dire delle comunissime lacune nella comprensione delle frazioni, delle percentuali, perfino dei concetti di moltiplicazione e divisione. Parlo di problemi che affliggono la quasi totalità degli scolari – anche italiani, non solo immigrati – che frequentano il mio doposcuola.

Per dare un’idea dell’abisso che separa la scuola ufficiale (quella dei libri di testo) dalla scuola reale, due tristi aneddoti. Ieri, un ragazzino di 13 anni, 2a media, cui spiegavo, nel mio doposcuola, il concetto di funzione (con l’esempio y=3x), alla mia domanda “Ma scusa 6:2 quanto fa?” ripetutamente risponde “Boh, che ne so”. Ragazzina stessa età e classe: “Quanto costa un appartamento di 100 mq se il costo al mq è 1000 euro?”, idem.

Esistono soluzioni al problema dell’accumulo di lacune? Certamente, basti guardare a tanti sistemi scolastici migliori del nostro. Ma per prima cosa bisogna rendersi conto della drammaticità del problema. Lo slogan Nessuno resti indietro, tradotto nella pratica di non bocciare nessuno, è un altro falso alibi, una resa all’analfabetismo funzionale; e un inganno, fintamente benevolo, a danno di troppi ragazzini destinati alla marginalità sociale.

6. Ognuno per sé perdutamente

Il calvario degli scolari perdenti è solitario. Una scuola che non provvede a colmare le loro lacune, li abbandona a se stessi. Non solo: l’aiuto reciproco fra più bravi e meno bravi è stigmatizzato — non copiare! non suggerire! — invece che incoraggiato. Non si tratta di abolire le verifiche individuali, ma di organizzare il lavoro scolastico come lavoro di gruppo. Così dovrebbe avvenire in una scuola che prepari al mondo attuale, in cui l’attitudine alla collaborazione è basilare. Vedi i risultati PISA per l’Italia anche su questo.

7.  Indicazioni Nazionali e test INVALSI: buoni rimedi ignoratI

Seguo qualche scolaro in difficoltà nel mio doposcuola e vado a colloquio con gli insegnanti. Segnalo drammatiche lacune da colmare. L’insegnante sospira “Sì, sì, ma io devo portare avanti il programma.” Vado a controllare: le Indicazioni Nazionali (…), nella loro parte operativa, in particolare in Matematica (pp. 60-65), richiedono molto di meno di quello che viene insegnato e richiesto in classe e nei compiti a casa. Niente numeri periodici, niente calcoli di complicatissime espressioni numeriche, niente teoremi di Euclide e Talete. Tutto questo, e molto altro, viene in effetti ignorato dai test INVALSI, che invece richiedono capacità di ragionamento. Capacità soffocata dall’addestramento a una quasi cieca applicazione di un mare di formulette. I test INVALSI sarebbero un’ottima guida per capire che cosa serve che gli scolari apprendano, ma  vengono invece osteggiati o vissuti come una strana appendice dei programmi tradizionali, che i libri di testo perpetuano e gli insegnanti erroneamente ritengono tuttora obbligatori.

Che fare?

E’ possibile fare tantissimo, in tanti modi, dal basso e dall’alto.

Prima cosa, prendere atto — insegnanti, genitori, studenti, cittadini — della situazione, rendersi conto della malattia, della sua gravità, dell’urgenza di correre ai ripari.

Poi riconoscere le molte risorse che sono già in campo per produrre cambiamenti: movimenti come Basta compiti!La classe capovolta e altri; l’INVALSI, che è già e può diventare sempre di più uno strumento utilissimo; le sensate Indicazioni Nazionali, finora quasi lettera morta; e migliaia di bravi insegnanti, decine di presidi intraprendenti, con tante buone pratiche da riconoscere e diffondere.

Su come cambiare il sistema, meglio ragionarne insieme. Queste modeste note spero contribuiscano a questo. Mi limito a un accenno, tutto da sviluppare: un cambiamento profondo richiede innovazioni ad opera di insegnanti e dirigenti; che a loro volta richiedono più autonomia e responsabilità dei singoli istituti, riguardo anche a programmi e organizzazione didattica; in un contesto di sana competizione fra gli istituti stessi. Come avviare un processo in questa direzione? Su questo bisognerà ragionare.

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