equilibrio perfetto tra Roguelike e Card Game


Gioco d’esordio dello studio americano Mega Crit, Slay the Spire ha fatto il suo ingresso su Steam in accesso anticipato nel novembre del 2017 ed è uscito ufficialmente il 23 gennaio scorso. Se la struttura generale del titolo era già presente sin dai suoi albori, nei 14 mesi di early access il team ha supportato la sua opera con patch a cadenza quasi settimanale, affidandosi ai giocatori per bilanciare al meglio gli elementi ludici e ascoltando i loro suggerimenti. I feedback della community e il tempo dedicato ad affinare al massimo il game design hanno prodotto ottimi risultati: Slay the Spire è un prodotto incredibilmente solido, che mescola elementi di un card game ed altri propri del genere roguelite, ed è caratterizzato inoltre da una longevità pazzesca, capace di garantire un buon livello di sfida e un divertimento costante anche dopo centinaia di ore di gioco.

Un guerriero, una cacciatrice e un automa entrano in un bar

L’idea alla base di Slay the Spire è tutto sommato molto semplice: troveremo infatti ad attenderci tre personaggi basati sugli archetipi degli RPG, un dungeon con una mappa generata proceduralmente, combattimenti a turni, oggetti che potenziano il nostro avatar e un mazzo di carte da costruire nel corso della progressione. Anche se non possiede nulla di realmente innovativo, Slay the Spire spicca tra i congeneri per la cura del dettaglio e per l’equilibrato tasso di difficoltà che propone all’utente. L’idea alla base ruota attorno all’intuitività e alla snellezza, basata com’è su poche meccaniche, semplici da capire ma difficili da padroneggiare.

L’obiettivo del gioco è riassunto completamente nelle tre parole del titolo: sconfiggere la Guglia, una sorta di dungeon vivente popolato da creature strane ed eterogenee, una rivisitazione sottilmente ironica del genere fantasy. Ciascuno dei tre personaggi offre un diverso approccio all’esperienza: l’Ironclad è il classico guerriero capace di infliggere danni ingenti e di aumentare i propri HP divorando gli avversari, la Silent è una cacciatrice specializzata nel veleno e nell’uso dei pugnali, il Defect è un automa in grado di evocare globi di energia elementale. All’interno dei pool di carte di ciascun protagonista si individuano sinergie e strategie specifiche anche molto differenti tra loro.

La dinamica di costruzione del mazzo è forse l’elemento più riuscito di Slay the Spire: il giocatore parte con un set base di 10 carte, che potrà integrare con quelle che troverà nel corso della sua scalata. Alla fine di ogni combattimento avremo la possibilità di aggiungere al mazzo una fra tre carte casuali, mentre altre si potranno acquistare dai mercanti, che dispongono però di un assortimento abbastanza limitato.

Rimuovere le card indesiderate, poi, è un’operazione difficile e costosa, per la quale il venditore si farà pagare cifre progressivamente sempre più alte. Aggiungere troppe carte al mazzo, per quanto forti, può diventare un’arma a doppio taglio: è essenziale mantenere un buon bilanciamento tra attacco, difesa e power up, e allo stesso tempo è importante cercare di sfruttare il più possibile le sinergie tra le singole carte per ottenere un mazzo che sia in grado di tener testa ai nemici più forti. Slay the Spire richiede quindi la capacità di adattare in corsa la propria strategia a seconda delle risorse a disposizione, un fattore che impedisce all’utente di fossilizzarsi sul perfezionamento della sua tattica preferita, ed anzi lo incentiva ad imboccare sempre nuove strade.

Il cammino è la meta

Slay the Spire è certamente un gioco che trova il proprio punto di forza nella cura del gameplay, mentre la parte narrativa resta inevitabilmente in secondo piano. Invece di catapultarci all’interno di un racconto preciso e coeso, il titolo ci avvolge un’atmosfera composta da suggestioni fantasy, rivisitate con ironia e con un pizzico di citazionismo. Il tutto è poi tenuto insieme dalla forza congiunta del comparto grafico e di quello sonoro, entrambi ben realizzati, merito di illustrazioni dal particolare tratto pittorico, di sfondi molto dettagliati e di musiche assai suggestive.

Sono questi elementi, insieme ai pochi testi presenti, che definiscono una narrazione emergente in grado di accompagnare il giocatore nella sua ardua scalata: nessuna motivazione esplicita guida le sue azioni, né un finale epico ne celebra le vittorie. Eppure di tutto questo non si sente quasi per nulla la mancanza: l’elemento di sfida e il piacere di giocare sono capaci, da soli, di fornire una motivazione sufficiente per ogni azione compiuta all’interno del gioco. Non si sconfiggono i Boss di Slay the Spire per salvare il mondo, né per qualche altra nobile ragione, ma per il puro piacere di combatterli. Non c’è nulla da raggiungere in cima alla Guglia: il cammino stesso è la meta.

Mod the Spire

Ma cosa rende Slay the Spire così speciale, coinvolgente e soddisfacente? Di primo acchito la risposta non è così semplice: è innegabile che si tratti di un gioco ben curato in tutte le sue parti ed esteticamente soddisfacente, ma è altrettanto vero che nell’opera non si trova niente di davvero originale, che all’apparenza lo diversifichi in modo radicale da altri prodotti con meccaniche simili.
La risposta risiede nello straordinario equilibrio che sorregge l’impalcatura della produzione in ogni sua parte, un bilanciamento tra chiarezza e complessità che è difficile rinvenire altrove.

Ce ne fornisce un esempio palese il supporto ufficiale per le mod. Ed è proprio osservando le differenze tra i personaggi creati dalla communty e quelli originali che emerge la qualità del game design di Slay the Spire: mentre le mod tendono a semplificare troppo il gameplay, oppure a complicarlo con meccaniche contorte, Slay the Spire adotta invece un design pulito, con meccanismi chiari e sinergie mai troppo intuitive.

La ricerca della strategia migliore passa anche dalla rinuncia all’utilizzo di sinergie troppo marcate in favore di un mazzo più bilanciato e performante. Non si tratta quindi di trovare dei pezzi che si incastrano in modo impeccabile, ma di gestire l’imperfezione, di ottenere un equilibrio tra ciò che è bello e ciò che è utile.

Tra le molte mod ad oggi disponibili, vorremmo segnalarvene una in particolare, che mantiene la profondità artistica dei personaggi canonici e costruisce al contempo un eroe originale, nonché molto piacevole da giocare: lo Slimebound, ispirato a uno dei mostri che infestano la Guglia, non ha dunque niente da invidiare ai tre avatar realizzati dallo studio, e come questi diventa sempre più gradevole da utilizzare partita dopo partita.



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