Dialogo sui minimi sistemi

Una conversazione nata su FB, a seguito forse d’un post di Michele Boldrin, è diventata una conversazione fra noi tre sul tema di cosa sia il populismo oggi ed in che senso esso sia diverso dai populismi del secolo scorso o di quelli precedenti. Lontani dalla pretesa di avere analizzato l’argomento in modo sistematico ed esaurente, presentiamo qui le nostre riflessioni su tre aspetti del problema.

1) Il populismo odierno deriva da una maggiore complessità del mondo in cui viviamo?

GIUSEPPE BOTTACIN: Il mondo attuale del cittadino occidentale medio mi pare molto più complesso di quello del cittadino occidentale medio di 100 anni fa. Allora la popolazione viveva in gran parte in piccoli villaggi (14% viveva in città nel 1900, contro il 54% mondiale nel 2015), oltre a essere un quarto di quella attuale (circa metà quella europea); il cibo veniva davvero, in parte preponderante, dalle campagne circostanti; i mobili che si avevano in casa erano fatti dell’artigiano locale e venivano tenuti per tutta la vita, non esisteva TV e “estero” era una parola astratta quasi quanto “extraterrestre”. Se uno voleva un prestito, la banca gli chiedeva probabilmente (è tutt’ora la norma in alcuni paesi dell’Europa orientale) le firme a garanzia di un gruppo di amici, anziché un’assicurazione vita. Non esistevano le pensioni: niente matematica attuariale! Eccetera

Qual era il QI sotto il quale uno non aveva la possibilità di capire quel mondo? Qualcosa intorno a 90, direi, forse già 80. Cosa ci vuole a capire che se ammazzi il (singolo) falegname del villaggio insieme a suo figlio, nessuno ti farà le 4 sedie per quando ti sposerai? Io non credo che più del 10-15% della popolazione vedesse molto mistero nel mondo fisico di 100 anni fa.

Oggi decine di migliaia di produttori di latte si divertono a bloccare strade e frontiere ogni paio d’anni e gran parte della popolazione simpatizza, alla faccia degli stessi simpatizzanti che poi affollano ogni centimetro quadro dei negozi Ikea sabato e domenica, in cerca di prodotti d’importazione.

Che QI serve a capire il mondo attuale? Capirlo non per fede in un modellino retorico (socialismo, fascismo, capitalismo, socialdemocrazia, turboliberismo…), ma perché si ha una percezione ragionevolmente precisa dei collegamenti che lo reggono in piedi? 120? 125? Dite che basta 110? Io dubito che sia alla portata di più del 10% della popolazione.

E poi c’è il problema degli strumenti culturali. Per capire l’utilità del falegname del villaggio e della segheria della valle, non serve conoscere l’economia. Oggi un’infarinatura seria è indispensabile. Io non capivo nulla fino al 2009. Lo spavento della crisi sui conti della mia ditta mi ha spinto a cercare di capire cosa stava davvero succedendo.

Mi sono buttato su internet e dopo un po’, tra Goofinomi, Rischi calcolati a caso, Franceschicarboni e altri creativi, ho scoperto Phastidio e nFA e da lì ho iniziato a vedere meglio il mondo, ma mi vergogno profondamente dei miei post del 2011 che ogni tanto facebook mi ripropone: dopo 3 anni di frequentazione di questo gruppo, avevo ancora un modello del tutto sbagliato in testa, con qualche dettaglio chiaro, in un mare di connessioni sbagliate, ma soprattutto sballate.

Quel 10-15% che potrebbe capire il mondo è falcidiato dalla carenza di conoscenze economiche.

Ora, con questo ragionamento arrivo a dire che solo qualcosa fra lo 0.1% e 1% della popolazione capisce cosa succede, ma non penso sia appropriato fissare soglie rigide. Non tutte le questioni quotidiane richiedono un modello generale per essere comprese e dunque il quadro dev’essere molto più sfumato. Però credo che ci sia una maggioranza molto ampia di popolazione che non capisce assolutamente i meccanismi che le consentono di vivere e operare.

E a nessuno piace guardare fuori dalla finestra e vedere solo grigio indistinto. Quando non ci vediamo chiaro, tutti cerchiamo di metterci degli occhiali per mettere a fuoco.

Gli occhiali di una volta erano necessari solo per mettere a fuoco un immaginario al di là. I nostri antenati vedevano il mondo fisico che li circondava e lo capivano benissimo. Tutto risultava a fuoco e non servivano “occhiali”, sotto forma di modelli interpretativi semplificati, per sentirsi tranquilli. I problemi se li creavano da soli, quando si immaginavano cose mirabolanti per il dopo-morti, o per il prima che tutto fosse così come lo vedevano. Gli unici “occhiali ideologici” che venivano utilizzati diffusamente in passato erano le religioni, ma si occupavano della metafisica, non della fisica.

Oggi centinaia di milioni di persone cercano occhiali che mettano a fuoco un mondo reale che per loro è sfocato quanto l’al di là: se il mondo fisico risulta confuso e incomprensibile come il “mistero dell’origine del mondo” o come il dolore per la perdita di quelli che amiamo, servono modellini semplici e “lineari” come la religione, ma applicati al mondo fisico ed a quello sociale.

Come ha potuto cominciare a esistere l’universo? Semplice: un signore autorevole, probabilmente con la barba, l’ha creato!

Come è potuto succedere che i miei risparmi siano andati in fumo? Semplice: dei banchieri cattivi, probabilmente con la barba, ti hanno fregato. Ma perché? Ovvio, per avidità, che altro?

Ma perché mio figlio si è ammalato? Semplice: le multinazionali cattive irrorano con le scie chimiche. Perché? Beh, ovvio: sempre per avidità…

I “miopi”, incapaci di mettere a fuoco il mondo, esistono e sono molti di più che un tempo. Oppure, se volete, c’è lo stesso numero di miopi, ma l’orizzonte una volta stava a un paio di metri e qualcuno cui mancavano 2 diottrie poteva orientarsi decentemente, mentre oggi, con l’orizzonte a 4 km, la stessa persona vede solo ombre sfocate.

Illudersi che milioni di miopi vedano l’orizzonte senza occhiali è utopia. Illudersi he nessuno venda occhiali rosa, neri o verdi, mi pare altrettanto illusorio. Viviamo in un mondo che necessita di religioni anche per la “comprensione” del mondo fisico e sociale; le religioni, si sa, ne inventano di cotte e di crude.

ELIO TRUZZOLILLO: Non sono così sicuro che il mondo di oggi richieda straordinarie competenze rispetto al passato e che la gente non abbia il QI o le competenze per capirlo. Certo, è innegabile che il mondo di oggi sia più complesso e cambi più velocemente che in passato. Tuttavia per vivere/sopravvivere ognuno deve saper fare in modo almeno dignitoso il proprio lavoro (così come era richiesto 100 o 200 anni fa). Al netto della molteplicità degli strumenti che oggi usiamo per svolgere questo lavoro (PC, tablet, mail, software vari), al netto di un maggior numero di interazioni, di un maggior numero di adempimenti e della possibilità/necessità di dovere cambiare lavoro più spesso che in passato, tutto sommato si tratta di competenze che la maggior parte delle persone acquisisce senza particolari problemi. Il 99% delle persone per sopravvivere non ha certo bisogno di comprendere i fattori che determinano l’andamento dei tassi di interesse, o di immaginare le conseguenze geo politiche di un intervento militare in medio-oriente, o di calcolare le conseguenze del riscaldamento globale, o di decidere se il vaccino hpv sia consigliabile anche agli adulti o solo agli adolescenti. Non abbiamo bisogno di sapere tutte queste cose per vivere.

Similmente un artigiano austriaco nel 1814 non aveva bisogno di sapere quale fosse per lui il miglior assetto dell’Europa che sarebbe uscito dal congresso di Vienna. Era la carenza di informazioni sull’argomento che lo lasciava tranquillo, non poteva avere un’opinione articolata sulla vicenda. Si limitava a fidarsi di Metternich, il quale effettivamente doveva misurarsi con una complessità di problemi nel decidere la sua linea di condotta. Oggi invece le persone sono bombardate da informazioni e interrogativi che le costringono a darsi risposte su questioni delle quali non si sarebbero mai interessate senza una sollecitazione esterna: i vaccini provocano l’autismo? L’euro è la causa del declino economico italiano? L’immigrazione causa perdita di posti di lavoro? Il grano americano è tossico? Gli OGM fanno male alla salute? Il cancro si può guarire con il bicarbonato? La globalizzazione impoverisce i popoli a vantaggio delle elitè? Ci ammaleremo sempre di più a causa dei pesticidi?

Non si tratta di informazioni necessarie per la vita quotidiana, e, cosa singolare, spesso non si tratta neanche di interrogativi la cui risposta sia effettivamente complessa. Alcuni sono problemi reali (e complessi) altri non lo sono proprio, sono solo percepiti come tali. Allo stesso modo se l’artigiano austriaco del 1814 fosse stato bombardato da informazioni circa il miglior assetto europeo che doveva uscire dal Congresso di Vienna, e fosse stato convinto che non si stesse facendo il suo interesse, sarebbe sceso in piazza per manifestare il suo dissenso contro questa o quella decisione (compatibilmente con la libertà di espressione che quel contesto permetteva). La mia tesi è che il mondo del 1814 non fosse poi molto più semplice (un pò lo era). Il mondo, in fondo, non è mai stato semplice, piuttosto appariva semplice alla maggioranza delle persone per il fatto di non avere informazioni che ne rivelassero la complessità. Per fare un ulteriore esempio anche il mondo degli anni ’80 del secolo scorso non era molto più semplice di quello di adesso, eppure la diffusione del populismo (e di quella sua forma specifica che è il complottismo) non era minimamente paragonabile a quella odierna per numero di temi e diffusione.

LUIGI MASALA: Il fatto che tutte quelle conoscenze non siano “necessarie per vivere” è vero, oggi come lo era in passato. Chiaramente un contadino francese del ‘700 non aveva bisogno, stricto sensu, di conoscere la politica internazionale dell’epoca per vivere. Se avesse avuto più chiare le conseguenze della rivoluzione, forse, però, avrebbe aderito meno volentieri alle sommosse, e, sempre forse, si sarebbe ribellato quando i giacobini trasformarono la rivoluzione contro l’Ancien Régime in uno stravolgimento totale della società. La “Spagnola” è passata alla storia per i suoi effetti devastanti, ma nessuno la aveva “sentita arrivare”. Possiamo dire che se non ci fosse stata la censura di guerra, le masse si sarebbero impaurite come oggi si impauriscono di fronte alla prospettiva, di volta in volta, dell’aviaria, della H1N1, dell’HIV etc.

Non abbiamo un controfattuale, ma ho il sospetto che solo di fronte all’evidenza e al concretizzarsi del pericolo si sarebbero smosse. Gli stimoli arrivavano molto lentamente dalle realtà urbane più evolute, e si aveva molto più tempo per assimilarli. All’inizio del secolo la vita era scandita da ritmi molto lenti essi stessi, con attività routinarie che non prevedevano spesso la gestione di interrupt imprevisti. Il medico del paese era l’unica persona che poteva parlare di medicina, al limite c’era una vecchina che sapeva “mettere a posto le ossa”. Il parroco era l’autorità morale, e il maresciallo dei carabinieri quella deputata all’ordine pubblico.

Ora, la domanda è: l’incremento di competenze si è allargato tanto quanto la richiesta di nuove competenze che viene dalla società? Si tratta solo di competenze che si potrebbero acquisire o, invece, è effettivamente rilevante il QI come sostiene Giuseppe? In realtà ci sarebbero un sacco di precisazioni da fare (il mondo fino a ieri, per citare J. Diamond, non era nemmeno così elementare, ma c’erano dei filtri). Credo che oggi, soprattutto, si sia creata, con la possibilità di comunicazione data da nuovi social media, una sorta di feedback positivo, che amplifica i confirmation bias di ognuno di noi. Per cui se un tempo credeva e si preoccupava degli untori solo chi era in preda a un’epidemia di peste, oggi abbiamo che la propagazione di pseudo spiegazioni, che aiutino a dare una forma al mondo, coinvolge anche chi non è lì, in presenza del “fenomeno inspiegabile”.

Il punto è che nella società di un tempo i tipi di lavori tendevano a essere ripetitivi e scanditi dal tempo naturale, i ritmi erano più lenti e si ricevevano meno input, quindi una persona con un’intelligenza bassa sopravviveva senza rendersi conto di essere svantaggiata e non vi era nemmeno pressione selettiva da questo punto di vista. Mi spiace, ma passerò da elitista, però il cervello è un organo fisico come il tricipite femorale, e se nessuno si offende se si fa notare che di Bolt non ce ne sono tanti, credo che debba essere pacifico che anche l’intelligenza non può essere equidistribuita. Ha, per parte sua, perciò, ragione anche Elio, ma lo vedo più come un fattore di amplificazione che come una vera e propria causa.

2) Che ruolo hanno le reti di sicurezza politica e sociale?

GIUSEPPE BOTTACIN: Rispondo brevemente ad Elio sul fatto che tutto sommato la maggior parte delle persone non hanno bisogno di capire la complessità del mondo odierno per vivere/sopravvivere. In moltissimi ambiti lavorativi questo può essere anche vero. Il mondo del lavoro moderno è perfettamente a portata di QI mediocre – sul modo in cui le grandi organizzazioni (grandi aziende o enti pubblici) fanno fronte al fabbisogno di migliaia o decine di migliaia di impiegati “di concetto” il cui compito è in realtà solo quello di sapersi vestire decentemente, parlare decentemente di argomenti “urbani”, ma il cui apporto intellettuale al lavoro è essenzialmente zero, dato che tutto quel lavoro viene fatto in anticipo. Tuttavia questo non toglie nulla alla maggiore complessità del mondo odierno con oggi bisogna comportarsi. Esistono comunque una miriade di decisioni che sono più difficili da valutare rispetto a, per esempio, un secolo fa. Per esempio che scuola fare seguire ai propri figli, come investire i propri risparmi, fare o non fare una polizza assicurativa, quando decidere di cambiare lavoro, cosa votare al referendum sulla brexit o a quello delle “trivelle”.

Detto questo pare chiaro che certi populismi sono anche un prodotto dello stato sociale. Che oltre a fornire una rete di sicurezza crea attese sempre crescenti rispetto a quello che la collettività ci deve garantire e quello che in un certo senso dobbiamo guadagnarci con il nostro impegno. Tuttavia non la vedo come una causa primaria. Credo che la maggior complessità del mondo e l’impossibilità per molti di interpretarlo sia comunque il fattore principale.

ELIO TRUZZOLILLO: Prese nel loro significato più ampio le reti sociali e politiche di sicurezza stanno giocando un ruolo importante nella diffusione del populismo odierno. Mi riferisco sia allo stato sociale che all’interdipendenza economica e politica che si è verificata a livello internazionale, la quale rappresenta a suo modo una rete di sicurezza. In questo senso la classiche battute “ci penserà la selezione naturale” o “lasciamo fare a Darwin”, che spesso sentiamo dire per screditare i populismi più estremi, costituiscono simpatiche ironie ma non colgono nel segno. Se un tempo alcune scelte sbagliate del singolo o di una collettività potevano mettere seriamente a rischio la loro sopravvivenza, oggi spesso non è più cosi. Rifiutare di vaccinare i propri figli quando la maggior parte delle persone lo fa e potendo godere di tutti i ritrovati della moderna medicina in caso di contagio, è tutto sommato poco rischioso. Richiamare modelli di agricoltura bucolici del passato quando tutto il mondo produce quantità impressionanti di derrate alimentari a basso costo che calmierano i prezzi, non mette in pericolo gli approvvigionamenti di cibo. Invocare il protezionismo commerciale essendo “imprigionati” in una struttura di accordi e istituzioni internazionali che di fatto non permettono una sua applicazione effettiva, fa guadagnare voti, ma queste istanze sono difficilmente attuabili (soprattutto per il singolo stato europeo). In altre parole molte persone tendenzialmente non pagheranno il prezzo di scelte sbagliate.

Il pericolo comunque esiste, man mano che alcune istanze trovano il consenso di un numero sempre maggiore di persone e di stati qualcuno potrebbe “scottarsi”. La Grecia dopo il famoso (e inutile) referendum del 2015 sugli accordi per la gestione del suo debito è andata vicina a “scottarsi”, ma il sistema ha retto. Difficile fare previsioni sulla scelta dei cittadini della Gran Bretagna in un momento in cui non sono chiare tempistiche e modalità dell’uscita dalla UE. L’elezione di Trump potrebbe avere conseguenze smussate dai pesi e contrappesi del sistema politico e della società americana nel suo complesso. Il sistema elettorale e il buon senso della maggioranza dei francesi hanno finora impedito al Front National di prendere il potere. In Italia ogni previsione è sicuramente azzardata. Ma il sospetto è che prima o poi (specie se queste istanze dovessero trovarsi in maggioranza in un numero congruo di paesi contemporaneamente) qualcuno un prezzo lo dovrà pagare, qualcuno dovrà scottarsi.

LUIGI MASALA: Mettiamola così, con un po’ di deformazione professionale da ingegnere: l’adaequatio rei et intellectus, ovvero la definizione di ciò che è vero, sia per il singolo che per la società, non è un qualcosa di statico, ma un processo di approssimazioni successive, in cui la “funzione errore” è data dalla percezione degli esiti negativi o positivi della nostra interazione col mondo.

La presenza di fenomeni che attenuano gli effetti negativi, o che li distorcono al punto da farli apparire positivi, impedisce che la percezione di ciò che è vero o falso converga correttamente. Se non aggiungiamo anche il fatto che la società riesce ad assorbire l’urto di questi meme (seriamente, nel senso datogli da Dawkins[5], non nel senso volgare) irrazionali, non si spiega perché non si estinguano velocemente e muoiano come ci si aspetterebbe. Detto in modo meno involuto, se fai delle idiozie e non ne paghi le conseguenze (non vaccini tuo figlio perché hai la percezione erronea che i vaccini non siano necessari e siano anche dannosi, e tuo figlio non si ammala perché è protetto dalla herd immunity) e, addirittura, trovi conferma della bontà della tua scelta (le miriadi di pagine facebook, per esempio, che gridano al complotto di Big Pharma per speculare sulla vendita di vaccini, e che lodano chi non vaccina la propria prole), potrai vivere a lungo senza percepire il danno fatto. E statisticamente sono poche le persone che subiscono direttamente gli effetti delle loro scelte sbagliate. Almeno fino al momento in cui non si supera una soglia critica e le barriere create dalla società non crollano e gli effetti si manifesteranno a valanga e in modo catastrofico (nel senso tecnico datogli dalla teoria delle catastrofi). Chiaramente, quel che vale per i vaccini vale anche per l’economia. E fino a che non si arriva a situazioni “argentine” o “venezuelane” le conseguenze saranno difficilmente percepibili dal singolo, proprio perché filtrate dallo stato sociale

3) Il mondo dei social ha cambiato o solo amplificato le caratteristiche del populismo e le sue modalità di diffusione?

GIUSEPPE BOTTACIN: Sono senza dubbio favorevole a discutere l’aspetto di media moderni, ma secondo me 50 anni fa iniziavano già queste religioni del mondo fisico. Gaia, la decrescita, mi sembrano fesserie non dissimili dalle odierne scie chimiche. Difficile è invece capire se il problema è top-down, come mi pare sostenga Michele Boldrin, o bottom-up, come pare a me (ed a Giovanni Federico [NdR] :)), dalle scie chimiche ai no-euro. Alcuni inchieste hanno però evidenziato una struttura abbastanza centralizzata nella diffusione di alcuni populismi. Penso all’inchiesta di Buzz Feed sull’universo della Casaleggio o a quella del giornalista demistificatore Paolo Attivissimo sul blog “Affari Italiani”.

ELIO TRUZZOLILLO: Le manipolazioni e i populismi ci sono sempre state. Il punto è questo: in passato i mezzi di informazioni erano controllati da elitè (TV, radio, giornali), la gente di norma poteva essere manipolata solo da lobby o gruppi di pensiero o politici organizzati. Quindi la manipolazione aveva un coordinamento, uno scopo, un obbiettivo preciso. Era comunque più o meno diretta verso “qualcosa”. Più organizzata che subita e/o cavalcata. Avete presente gli untori di manzoniana memoria nella Milano del ‘600? Quella era (forse) una manipolazione della verità nata dal basso e non voluta da nessuno, in circostanze eccezionali. Il potere subì (o cavalcò) quell’isteria processando e giustiziando innocenti. Ora tutto il mondo o ogni stato del mondo è diventato come la piccola Milano del ‘600. Le isterie collettive sempre più spesso sono cavalcate o subite dalle grandi lobby o gruppi di interesse, non organizzate. Si diffondono in modo epidemico con la collaborazione (spesso in buona fede) di decine di migliaia di soggetti, ognuno con il suo pubblico di qualche migliaio o centinaio di persone. La sinergia di questi contenuti ripetuti per mesi o anni crea una manipolazione non organizzata o solo parzialmente organizzata. Il motivo è ovvio, la disponibilità di mezzi di informazioni alla portata di chiunque (il web). La casalinga di Voghera non è più solo il soggetto passivo del flusso informativo, ma è anche soggetto attivo, “inventando” contenuti se ha qualcosa da dire, o limitandosi a diffonderli e ripeterli ossessivamente. Il suo potere di influenzare o la possibilità di essere influenzata sono aumentati in forma esponenziale.

In questo senso le modalità di diffusione top down e bottom up sono concetti superati. Qualche decennio fa per top down si poteva intendere un gruppo fortemente strutturato con i mezzi per fare campagne, accedere ai giornali, fare manifestazioni, ecc. Vogliamo considerare top down la diffusione dei contenuti effettuata dal  blog “Affari italiani” citato nell’articolo di Paolo Attivissimo? Ok ma chi sono costoro? Sono quattro gatti che 20 anni fa avrebbero al massimo fatto un giornaletto locale. 12 persone nella redazione più altri 6 collaboratori esterni, il direttore è anche azionista di maggioranza della srl che possiede il giornale on line, 4 gatti appunto. Oggi possono interagire con milioni di persone che rilanciano i loro commenti e li amplificano. Hanno 100.000 seguaci su facebook (non avrebbero mai avuto un giornale con 100.000 lettori) ma i loro contenuti possono raggiungere milioni di persone quando altre piccole organizzazioni o singoli utenti condividono i loro contenuti. Una diffusione che non avrebbero mai potuto avere coi vecchi mezzi di comunicazione. Tutto questo lo possono avere offrendo un servizio gratuito. Nessun giornale da pagare, nessun biglietto da comprare, nessuna quota di iscrizione ad una associazione da versare. Quante centinaia di pagine simili esistono? Molte, alcune non creano neanche contenuti propri, si limitano a raccattare dalla rete contenuti altrui che possano risultare scioccanti e accattivanti. È cosi che si crea il bombardamento di informazioni incontrollate.

Se questo è una struttura top down ha delle caratteristiche molto diverse da quello tradizionale ed è un top down accessibile a chiunque abbia un minimo di iniziativa. In tal senso è emblematica la campagna “italiana” contro l’olio di palma, nata due anni fa da un giornale on line (Il Fatto Alimentare) con 140.000 euro di fatturato, ha avuto la collaborazione involontaria, e spesso in buona fede, di migliaia di blog, siti e pagine facebook di nutrizionisti improvvisati, naturopati cialtroni, convinti protezionisti, salutisti dalle dubbie competenze, ambientalisti male informati, terzo mondisti incoerenti, odiatori di professione delle grandi multinazionali, complottisti per diletto e mamme spaventate. Infine è stata cavalcata ad arte da alcuni esponenti di un noto movimento politico. Il tutto è avvenuto nell’indifferenza totale (almeno all’inizio) dei grandi imezzi di comunicazione. Colossi mondiali come Barilla sono stai costretti a cedere all’isteria collettiva  (come ha ammesso con una sincerità disarmante lo stesso Paolo Barilla). Questo è successo nonostante il loro “potere” e le loro risorse. Solo 10 anni fa sarebbe stato difficile immaginare una cosa del genere in mancanza di una forte lobby organizzata ad orchestrare la campagna (in altri stati la campagna ha avuto forme ed esiti molto diversi).

LUIGI MASALA: Alla fine, potremmo dire che il fenomeno è frutto della combinazione di almeno tre fattori: la maggiore complessità della realtà quotidiana odierna, che è difficilmente interpretabile anche da persone dotate di una cultura media; a questo si somma la possibilità di chiunque di diffondere ad ampio spettro opinioni e “notizie” verso un pubblico non avvezzo a determinare da sé la credibilità delle fonti, cui si somma, appunto, la rete protettiva della società che attenua gli effetti negativi di scelte e interpretazioni della realtà sbagliate.

Quanto detto da Giuseppe, che le idee alla base di questo, montate, costituiscono un framework interpretativo per persone che altrimenti si troverebbero di fronte un “muro grigio”, è il punto di partenza. Ma se fosse solo questo a caratterizzare il fenomeno, non si capirebbe perché ora e non 50 anni fa, e nelle forme che vediamo e non in altre. In questo senso sono parzialmente d’accordo con Elio nel sottolineare che l’innesco a questa massa di carburante lo dà il mondo dei media digitali, che permettono di creare quelle famose “echo chamber” in cui paranoici e complottisti possono non solo rafforzare le loro convinzioni ma possono anche attrarre le masse nel vortice. Ciascuno di noi deve operare, di fronte a questo flusso ininterrotto, una continua selezione e vagliare cosa sia significativo e cosa non lo sia. La naturale tendenza al confirmation bias e il coagularsi delle persone attorno alle echo chamber, che forniscono la visione che ciascuno di noi ritiene più gradevole e affine ai nostri pregiudizi, fa il resto. Chi è attratto da un modello interpretativo della realtà in cui i “negri ci rubano il lavoro” e gli stessi “negri campano alle nostra spalle”, nonostante queste posizione sia lapalissianamente inconsistente, troverà in rete un numero sufficiente di siti e di compagni di viaggio che lo conforteranno in questo suo convincimento.

Chi pensa, di nuovo in modo logicamente incoerente, che i vaccini siano un complotto delle industrie farmaceutiche e la meningite sia portata dall’immigrazione africana potrà contrapporre all’informazione ben documentata e seria offerta dal Dottor Burioni decine di siti intrisi di idee paranoiche e complottiste. Ora, proprio perché esiste sia un’offerta di informazione razionale, documentata e adeguata che una di deliri persecutori, autogiustificativi e paranoidi, ci si può domandare perché sia quest’ultima che prolifera di più nei social network e non la prima. Facciamo un esempio per chiarezza: perché si ha più paura di “Big Pharma” che non di un’epidemia di morbillo?

Perché la mente umana non è stata selezionata negli ultimi 100.000 anni per riconoscere un’epidemia e sfuggirle. La mente umana, di base, è la mente di un primate evolutosi in un ambiente in cui si deve riconoscere l’ombra di un grosso predatore in agguato tra le sterpaglie. E sopravviveva chi rispondeva più prontamente a questi stimoli. La nostra mente, inconsciamente, ha sempre cercato di ricostruire il pattern di un agente che si muove dietro alle sterpaglie, non di una causa efficiente che le faccia muovere (il vento, per dire). Rifuggiamo, in parole povere, l’astrazione. L’epidemia è un’entità troppo astratta per essere percepita con immediatezza, istintivamente, come un rischio, mentre i cattivi manager di “Big pharma” sono abbastanza minacciosi e concreti per suscitare odio istintivo. Allo stesso modo, ha poco senso cercare di far capire alla stragrande maggioranza delle persone la complessità di un modello matematico degli scambi internazionali. Chi sventola il panno rosso dei banchieri perfidi che speculano sul signoraggio, delle élite che vogliono opprimerci, degli “stranieri” che ci vogliono rubare il lavoro, fa leva sulla paura atavica di qualcosa di concreto, tangibile e, da non trascurare, qualcosa che è interprertabile come un agente attivo.

Aggiungo una nota. Secondo me il marxismo non ha avuto il massiccio successo che ha avuto per le sofisticate analisi sul plusvalore, l’alienazione, il materialismo storico, l’immanentizzazione della dialettica hegeliana, ma perché ha saputo individuare un “predatore”: i borghesi, i kulaki. Non dissimile il successo del nazismo: il predatore era l’avido ebreo. Le bufale che ammorbano la comunicazione dei media di oggi hanno successo perché fanno leva, nelle persone con scarsa capacità di analisi, su questi meccanismi inconsci che sono lì, hard-wired nel nostro cervello da quando competevamo da pari a pari con gli altri animali. In questo senso concordo con Giuseppe nel dire che alla radice della diffusione di queste idee vi sia la scarsa capacità di analisi della stragrande maggioranza della popolazione.

Sulla questione relativa al modo in cui diffondono oggi certi populismi, cioè se seguano una diffusione top-down o bottom-up, secondo me è un po’ il problema dell’uovo e della gallina. I due fenomeni sono indipendenti, a mio avviso, certo è che una volta che ci si rende conto del fatto che esiste una platea vastissima che si beve qualunque sciocchezza, purché aiuti a superare le proprie angosce quotidiane, spuntano come funghi i venditori di olio di serpente.

Note

[1] World urban population: 54% of total population (2015); UE: agriculture: 5%, industry: 21.9%, services: 73.1% (2014 est.), Italy: urban population: 69% of total population (2015) ; https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/

Difficilissimo trovare dati sulla percentuale di popolazione urbana nel 1900, mentre per l’età contemporanea in Europa si sta fra il 70% e il 90%.

Qui https://books.google.ba/books?id=UZglcJuJWrYC&pg=PT50&lpg=PT50&dq=europe…

trovo: 46% Francia, 30% Svezia e Norvegia.

[2] “Nel dicembre 2016 la popolazione mondiale ammonta a circa 7,47 miliardi di persone”, contro 1.7 miliardi circa ai primi del ‘900. https://it.wikipedia.org/wiki/Popolazione_mondiale

[3] https://en.wikipedia.org/wiki/Intelligence_quotient

[4] http://paulcooijmans.com/intelligence/iq_ranges.html

[5] Richard Dawkins, Il gene egoista (The Selfish Gene), 1976

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