Diabete, cambiano le indicazioni per la diagnosi della malattia


I criteri utilizzati a livello internazionale per la diagnosi del diabete potrebbero essere presto rivisti, in favore di una nuova indicazione che permetterebbe di diagnosticare la patologia in modo più accurato rispetto a quanto avviene oggi. La novità si deve a uno studio che ha coinvolto 12 centri nel mondo ed è stato presentato al congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete (Easd) di Barcellona: la ricerca ha potuto contare su un contributo italiano grazie alla partecipazione della Società Italiana di Diabetologia (Sid) e del gruppo guidato dal professore dell’Università di Catanzaro Giorgio Sesti.

Diabete, i nuovi parametri per la diagnosi

I nuovi criteri diagnostici per il diabete emergono da uno studio basato sulle informazioni raccolte da 21.641 partecipanti e propongono una rivisitazione della diagnosi tradizionale, effettuata in seguito a una glicemia di oltre 200 mg/dl a due ore di distanza dalla somministrazione orale di un carico di glucosio. La nuova indicazione suggerisce invece che, per diagnosi più accurate, sarebbe opportuno basarsi su una glicemia superiore a 209 mg/dl, con la misurazione da effettuare un’ora dopo il carico di glucosio. Secondo Giorgio Sesti questo metodo potrebbe aiutare a superare le discrepanze notate da tre tipi di test diagnostici utilizzati attualmente, che si basano sulla glicemia a digiuno, sulla rilevazione dell’emoglobina glicosilata e su quella della glicemia a due ore dal carico orale di glucosio. Specie per quanto riguarda gli ultimi due test, in Italia sono molte le mancate corrispondenze, visto che circa la metà di chi viene diagnosticato diabetico con un metodo non risulta soffrire della patologia con l’altro, e viceversa.

Diabete tipo 2: alcune categorie di lavoratori più a rischio

Un recente studio condotto dal Karolinska Institutet, in Svezia, ha identificato le categorie di lavoratori più a rischio di sviluppare il diabete di tipo 2: stando ai risultati ottenuti, autisti, operai e addetti delle pulizie avrebbero il triplo di possibilità in più rispetto agli impiegati in altri settori. 

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