considerazioni su comparto narrativo e finale


Quando Tetsuya Nomura rivelò che Kingdom Hearts III non sarebbe stato l’ultimo episodio della serie, ma avrebbe semplicemente sancito la conclusione del cosiddetto “Capitolo di Xehanort“, una parte del fandom tirò un sospiro di sollievo all’idea di non doversi separare così “presto” dalla longeva saga di Square Enix. Una fetta di appassionati relativamente contenuta, invece, interpretò questa precisa dichiarazione d’intenti come un preoccupante avvertimento, iniziando pertanto a temere che proprio questo presunto scontro finale fra luce e oscurità sarebbe stato mancante dell’epicità promessaci, risultando invece un mero prologo per qualcos’altro. Come scoperto alcune settimane fa, la verità si situa purtroppo nel mezzo, perché Kingdom Hearts III ha difatti chiuso in maniera climatica e tutto sommato convincente le vicende prettamente collegate al personaggio di Master Xehanort, ma al contempo è stato incapace di fornire le dovute risposte alla maggior parte delle domande lasciate in sospeso per tanti anni, delegandone ancora una volta l’eventuale soluzione ai futuri titoli del brand.
In attesa che Square Enix scopra le sue prossime carte, vi proponiamo un approfondimento sul capitolo finale di Kingdom Hearts III, durante il quale sottolineeremo i passaggi più inspiegabili di un racconto a nostro avviso abbastanza altalenante e frettoloso, che di conseguenza hanno giocato un ruolo determinante nel giudizio definitivo.

ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler sulla trama di Kingdom Hearts III

Uno stile narrativo debole e incapace di rinnovarsi

Come sottolineato durante la nostra recensione, una delle più gravi “colpe” del prodotto è quella di aver non solo conservato la formula alla base di molti suoi predecessori (soprattutto quelli numerati), ma di averne addirittura fatto il proprio cavallo di battaglia. Se all’uscita del primo Kingdom Hearts – che risultava ancora un perfetto sconosciuto e puntava tutto sugli appassionati di Final Fantasy e Walt Disney Pictures – la scelta di prestare maggiore attenzione ai mondi Disney appariva sensata e addirittura vincente, dall’episodio che avrebbe dovuto proporci il conflitto decisivo tra Sora e Xehanort ci saremmo aspettati invece una formula diversa, e più consona al peso della vicenda. Proprio questo appuntamento rappresentava, a nostro avviso, l’occasione perfetta per rafforzare il tessuto narrativo del brand e tentare nuove strade che non prevedessero il parziale (se non totale) riciclo delle pur ottime trame proposte dalle originali pellicole d’animazione a marchio Disney. Al contrario, da Kingdom Hearts III era lecito desiderare che proprio la lotta condotta da Sora, inclusa la ricerca dei compagni perduti, venisse raccontata in primo piano, e non attraverso sporadiche e frammentate scene d’intermezzo. Sfortunatamente, invece, alla narrazione è mancato il coraggio necessario per rinnovarsi e tentare un approccio diverso; di conseguenza la principale cornice del racconto è stata delegata quasi del tutto alle battute finali e per giunta si è consumata in un battito di ciglia, fra colpi di scena piuttosto telefonati, generose concessioni al fanservice e qualche ritorno piuttosto forzato.

Tutti in scena per l’ultimo saluto, costi quel che costi!

Dopo averci trascinati per almeno 30 ore nella completa rivisitazione dei più affascinanti mondi Disney e Pixar, Kingdom Hearts III, che fino a quel momento aveva prestato molta cura alla narrazione dei suddetti reami, è improvvisamente diventato un corridoio a senso unico, costellato da boss fight e da cutscene piuttosto lunghe e impegnative, persino per un fan di vecchia data. Completato l’ultimo mondo su licenza, infatti, Sora è stato risucchiato da un vortice senza ritorno di eventi più o meno prevedibili, come ad esempio il salvataggio il Aqua e il risveglio di Ventus: due toccanti e fondamentali passaggi che gli appassionati della saga attendevano già dal lontano 2010, e che da Kingdom Hearts III avrebbero sicuramente meritato un pathos maggiore ed un percorso meno casuale. L’agognato recupero dei due Eroi del Keyblade avviene infatti nel giro di pochissimi minuti, attraverso le varie cut-scene collocate per giunta fra due combattimenti, precludendo al giocatore la possibilità di interrompere la partita e di esplorare un paio di mondi originali a nostro avviso irrinunciabili: il Reame dell’Oscurità e la Terra di Partenza. Anche volendo soprassedere sulla palpabile fretta di chiudere bottega, il capitolo finale di Kingdom Hearts III è stato, ora dopo ora, una sequela di forzature e compromessi, senza tralasciare un paio di errori anche piuttosto gravi ed evidenti. Prendendo per buono il discutibile e confusionario espediente narrativo utilizzato per riportare in scena tutti gli antagonisti del passato, va detto che proprio i membri dell’Organizzazione XIII sono forse i personaggi più bistrattati dell’intero intreccio: introdotti appena nella prima parte del gioco, Marluxia, Larxene e gli altri villain sconfitti in precedenza da Sora e compagni fanno stavolta da semplice carne da macello.

Come se lo screen time dedicato loro non fosse già abbastanza esiguo, se non inesistente, troppi elementi della “nuova” organizzazione di Xehanort sono stati scelti come tappabuchi, senza alcun reale motivo che possa giustificare la loro decisione di schierarsi ancora una volta dalla parte del male. Come risultato, persino la caratterizzazione originale di personaggi un tempo riusciti e apprezzabili, come ad esempio Saix, esce totalmente devastata dalla Guerra del Keyblade: se il fedele braccio destro di Xemnas, in Kingdom Hearts II, appariva glaciale e spietato, lo spadaccino ci è parso stavolta solo un antagonista invidioso, mosso dalla mera gelosia provata nei confronti dell’amico d’infanzia Axel, “colpevole” di aver trovato dei nuovi amici ed essersi lasciato alle spalle un passato angosciante. Luxord e i già menzionati Marluxia e Larxene, invece, sono stati richiamati in causa per un motivo che, apparentemente, non conoscevano nemmeno loro stessi, e che con tutta probabilità verrà rivelato solo dal prossimo titolo della saga o da quel trascurato (ma fondamentale) Kingdom Hearts Union X già disponibile su dispositivi mobile.

Una sorte persino peggiore è poi toccata all’inutile Demyx e a un cattivo convinto e patentato del calibro di Vexen, che dopo aver trovato una forzata e miracolosa redenzione, sono precipitati in un altrettanto irragionevole dimenticatoio. Lo scienziato matto che aveva creato le repliche è infatti tornato per fare ammenda dei propri errori passati, un po’ come era accaduto al suo maestro nella fase finale di Kingdom Hearts II. Peccato solo che questa volta il pentimento non appaia altrettanto convincente, vista la natura profondamente malvagia e corrotta dell’individuo in questione. A ragion veduta, forse sarebbe stato ben più dignitoso lasciare almeno un paio di antagonisti nel regno dei morti (o dei dimenticati, a seconda dei punti di vista) a cui Sora e compagni li avevano destinati la prima volta, dopo sofferti e spettacolari combattimenti all’ultimo sangue.

Ritornano sempre, e Nessuno sa come

Mentre il ritorno del buon vecchio Terra è stato gestito in maniera sontuosa e ineccepibile, lasciando al giocatore il tempo necessario per assaporare e apprezzare la drammaticità del suo sfortunato percorso, lo stesso non si può dire per gli attesissimi Roxas e Xion. Per tutto Kingdom Hearts III, Sora ha cercato disperatamente un metodo per “ripristinare” il suo Nessuno, affinché questi potesse vivere la propria vita e combattere al suo fianco. Un’impresa tutt’altro che semplice, poiché l’eventuale ritorno del ragazzo avrebbe richiesto non solo un corpo indipendente, ma anche i ricordi della sua vita passata e soprattutto il suo cuore, che già dalle prime battute di Kingdom Hearts II era tornato alla fonte: Sora. Come scoperto durante l’avventura, il nostro Eroe dei Keyblade ha infatti accolto dentro di sé anche i cuori di Ventus, Roxas e Xion, di cui nessuno sembrava però serbare il ricordo. Nessuno tranne l’Organizzazione XIII, naturalmente, che per qualche misteriosa ragione – che al momento sfugge ancora alla nostra comprensione – ha saputo ripristinare la ragazza senza doverne prima estrarre il cuore dallo stesso Sora. Pertanto, mente l’amico Roxas è tornato in azione solo aver ricevuto un corpo artificiale che ospitasse i ricordi digitalizzati in precedenza da Ansem il Saggio ed il cuore conservato all’interno del protagonista,

Xion è spuntata magicamente dal nulla al fianco di Xemnas e degli altri sottoposti di Xehanort, di cui appunto avrebbe dovuto rappresentare il tredicesimo ricettacolo. Come se non bastasse, la fanciulla è riapparsa sui nostri schermi senza aver accolto dentro di sé alcun frammento dell’anima del malvagio maestro, e ciononostante è stata comunque conteggiata come un’oscurità durante il processo di creazione del leggendario X-Blade, dove i presunti “tredici” Xehanort si sarebbero dovuti unire. Un grave errore di sceneggiatura (e matematica) che, secondo quanto spiegatoci in precedenza dallo stesso Xehanort, avrebbe dovuto precludere il raggiungimento del suo antico obiettivo, e che invece non ha riportato alcun ritardo neanche dopo il tradimento dell’eroina. Un lapalissiano abbaglio su cui non possiamo chiudere un occhio, soprattutto se consideriamo che la composizione del complesso mosaico realizzato da Nomura ha richiesto ben diciassette anni di preparativi e approfondimenti.

L’agrodolce resa dei conti

Preannunciata anni or sono, la Guerra dei Keyblade provocata dal malvagio maestro non ha saputo incastrarsi in maniera efficace nella rivisitazione delle realtà Disney e Pixar, ma è esplosa soltanto nell’intenso capitolo finale del prodotto.

Terminato il breve prologo rappresentato dal Monte Olimpo, che simbolicamente serviva a chiudere il cerchio coi mondi dei vecchi episodi, la principale cornice narrativa di Kingdom Hearts III si è dunque fatta strada a fatica, attraverso intermezzi eccessivamente carichi di informazioni e talvolta ambientati in regni vitali, eppure non giocabili. Ciononostante, la battaglia finale tra Sora e Xehanort è stata comunque dignitosa e carica di pathos, in quanto ambedue le fazioni in lotta ci hanno proposto colpi di scena impressionanti e commoventi, come l’apparente morte di Kairi o l’inaspettata ricomparsa dell’anima del Maestro Eraqus. Iniziale vittima delle macchinazioni di Xehanort, il saggio mentore di Aqua e compagni è ripiombato a sorpresa sulla scena proprio per aiutare il suo sconfitto compagno di addestramento ad accettare il fallimento, e a rinunciare in via definitiva ai suoi oscuri propositi. Un sofferto colloquio, questo, che forse non ha lasciato spazio alle vendette covate per anni, come quella di Terra, o alla rabbia silenziosa dello stesso Sora, ma che tuttavia è servita a placare l’anima contorta dell’ambizioso maestro e a guidarla verso la luce. Lo stesso fulgore con cui Sora e compagni, unendosi in un ultimo e disperato sforzo decisivo, hanno restituito la speranza di un futuro radioso, e libero dall’irrefrenabile cupidigia di un folle, agli infiniti mondi di Kingdom Hearts.

Reconnect. Kingdom Hearts

Sorvolando sulla curiosa scelta – da noi apprezzata – di non raccontare l’ultimissimo viaggio intrapreso da Sora, al fine di salvare la compagna caduta in battaglia, Kingdom Hearts III ha riguadagnato qualche punto ai nostri occhi ad un passo dai titoli di coda, proponendoci un filmato finale toccante, drammatico e criptico al tempo stesso. Quello che a tratti pareva il tipico happy ending che caratterizza i lungometraggi targati Disney, ha segnato invece l’insperata resurrezione del Nomura geniale ed estroso che conosciamo bene, capace di stravolgere lo spettatore e accompagnarlo in inimmaginabili e inverosimili trip mentali, il cui unico limite è appunto imposto dalla fantasia del giocatore. Quel Nomura che durante la narrazione pareva distratto o addirittura assente, e che a pochi metri dal traguardo finale ha perso di vista più di un obiettivo. Quello stesso Nomura che, al termine della campagna principale, ha comunque dimostrato di riuscire ancora a lasciarci a bocca aperta, facendo sì che Sora si dissolvesse misteriosamente nell’aria. Avendo abusato del potere del risveglio, vi è una concreta possibilità che il ragazzo sia sprofondato in un abisso persino più oscuro e profondo di quello in cui era precipitato al termine di Dream Drop Distance, da cui già al tempo si diceva non vi fosse alcuna via di ritorno.

Ma se c’è una cosa che la saga di Kingdom Hearts ci ha insegnato, nel bene o nel male, è che la morte non rappresenta mai la fine di un viaggio, bensì l’inizio di una nuova epopea attraverso l’ignoto e le tenebre. Significa dunque che Riku salverà ancora una volta l’amico d’infanzia e che Sora tornerà ad essere il protagonista della serie? Le tracce sembrano puntare in quella direzione, ma solo Tetsuya Nomura sarebbe in grado di fornirci la risposta concreta. Una risposta che per il momento dovremo quindi trovare da soli, raccogliendo ancora una volta gli indizi disseminati lungo il percorso e cercando una chiave di lettura che possa unire i tutti punti rimasti in sospeso.



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