Chi era Quintino Sella e perché, ancora oggi, vale la pena conoscere la sua storia


Quando, a 35 anni, diventa ministro delle Finanze, l’accoglienza non è certo delle più incoraggianti. Con malcelata incredulità (e con una buona dose di sarcasmo) la gran parte dei giornali del 3 marzo 1862 dà notizia che il “colossale compito” di mettere in sesto il bilancio del neonato Stato italiano toccherà a un professore giovane, che di scienze delle finanze si intende “assai meno del più modesto impiegato delle poste”. E, in effetti, Quintino Sella di finanza, all’inizio, non sembra saperne granché. Nato in un’influente famiglia biellese, specializzato in ingegneria  idraulica, ha perfezionato i suoi studi in Francia e in Germania, ha quindi insegnato Geometria all’Istituto Tecnico di Torino, prima di fare l’ingegnere  minerario. Come ricorda Fernando Salsano nel suo “Dalle Alpi alle Finanze. Quintino Sella e la satira politica” (Il Mulino, pp. 250, euro 25), solo due anni prima della nomina a ministro ha accettato la candidatura a deputato. È dunque, e a tutti gli effetti, un parvenu della politica: rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi non può vantare il consueto cursus honorum di governo nel Regno di Sardegna né esibire al petto qualche epica esperienza risorgimentale.

Uno Stato pieno di debiti

I problemi di Sella, però, non finiscono qui. A questo rampollo dell’alta borghesia di provincia, capitato quasi per caso nel demi-monde politico, tocca infatti un’impresa quasi irrealizzabile: mettere in ordine i conti di uno Stato così indebitato da non essere neppure in grado, in quei mesi, di quantificare con esattezza le proprie spese. Non è quindi difficile intuire come mai i giornali di quel 3 marzo siano così scettici. Una diffidenza che si trasforma in scherno durante la prima esposizione finanziaria del ministro, con il settimanale satirico “Il Pasquino” che lo ritrae così.








“Imposte, imposte null’altro che imposte”

Sella, però, non si perde d’animo, decidendo di adottare uno stile improntato al rigore più smaccato. Con un motto (“Imposte, imposte, null’altro che imposte”) che la dice lunga sulle intenzioni del diretto interessato e sulla scarsa attenzione nei confronti dell’opinione pubblica. Tra scherno e attacchi mirati, “l’alpinista”, come lo chiamano molti quotidiani ironizzando su una passione mai celata, resta però solo pochi mesi al ministero. E quando, nell’ultimo scorcio del 1864, vi ritorna non cambia approccio. Il pareggio di bilancio non è più una chimera, ma resta ancora lontano. Per raggiungerlo, Sella rivoluziona il sistema fiscale, introduce la prima imposta sui redditi effettivi e rottama i balzelli presunti dal valore degli immobili. Non solo. Spinge per introdurre l’odiosa tassa sul macinato, azzarda una riforma della contabilità nazionale e, soprattutto, impone ai proprietari terrieri (che sono lo zoccolo duro della classe dirigente postunitaria) l’anticipazione di un anno dell’imposta fondiaria.

La lettera alla famiglia: “Date il buon esempio”

Tanto basta a scatenare un finimondo. Il governo vacilla, Sella è sotto attacco, minaccia le dimissioni, poi la spunta. E, per dare il buon esempio, scrive per due volte alla sua stessa famiglia, tra le più colpite dal provvedimento, ottenendo l’immediata riscossione dell’imposta. Non basta. La situazione finanziaria italiana precipita a metà del ‘66 quando la terza guerra d’indipendenza coincide con una crisi di liquidità. “Le agenzie di rating non esistevano ancora, ma gli investitori – scrive Salsano – già poco fiduciosi nella solvibilità del Regno, non ci misero molto a liberarsi dei titoli italiani”. Per evitare il disastro, il governo fa quello che faranno tutti i suoi successori: svalutazione della moneta e aumento della pressione fiscale. Sella, però, fa di più: inizia un’implacabile riduzione delle spese, culminata quando torna in carica per la terza volta, alla fine del ‘69. “Economie fino all’osso”, dice, incurante di ciò che scrivono giornali e avversari, ed economia fino all’osso sarà. Che, nella sua visione politica, significa ridimensionamento dei rentier in favore dei ceti produttivi, accumulazione di capitale tramite risparmio, costruzione di infrastrutture materiali (strade e ferrovie) e immateriali (istruzione). Al diluvio di critiche, in Aula, serafico risponde pescando dal cilindro la metafora medica: l’Italia, dice, è “un febbricitante che tutti i giorni piglia un po’ di chinina, ma non ne piglia abbastanza per troncare la febbre; l’organismo si indebolisce e si rovina”.

“Come una delle dieci piaghe d’Egitto”

Intanto, sui giornali satirici Sella non è più il ministro inesperto e incompetente ma quello che scuoia i poveri contribuenti, “è come una delle dieci piaghe d’Egitto”, scrivono alcuni vignettisti mentre altri sostengono che i suoi provvedimenti sono gravi come l’eruzione del Vesuvio. Lui replica che il pareggio di bilancio non è un obiettivo fine a se stesso. Piuttosto, serve a innescare un circolo virtuoso: “L’abbassamento dei rendimenti garantiti dai titoli di Stato – sintetizza efficacemente Salsano – deve dirottare i capitali verso investimenti nei settori produttivi e nelle opere pubbliche”. Alla fine, il tanto agognato pareggio di bilancio viene raggiunto nel 1876. Sella, da tempo, non è più ministro. Otto anni dopo morirà nella sua Biella, non senza aver appreso dai giornali di quei giorni che il nostro Stato è tornato al perenne vizietto: indebitarsi con misure popolari prive però di coperture.

Come Don Chisciotte con Ronzinante

Il libro di Salsano (a cui si deve, sempre per il Mulino, anche la più completa biografia del ministro) ha il grande merito di raccontare la vita politica di Sella da un punto di vista inedito: quello dei giornali satirici a lui coevi. Nel farlo, non disdegna la chiave didattica alternandola a quella aneddotica anche grazie a un ricchissimo apparato iconografico. Il risultato è un ritratto vivace e poco stereotipato di un uomo e, insieme ad esso, anche di una borghesia d’altri tempi.

A proposito di borghesia. Dopo la lettura del libro di Salsano, si potrebbe dire che quella a cui si sforzava di parlare il ministro, qui da noi, probabilmente non è mai esistita se non nella testa di uno sparuto gruppo di politici e intellettuali che l’hanno presa a modello del loro mestiere. E che, così facendo, dietro il falso cinismo tipico dei conservatori, l’hanno usata come il povero Don Chisciotte usava il mite Ronzinante: sapendo di perdere, ma sapendo anche di combattere la battaglia giusta. Per questo, se è vero che rileggere oggi questa storia vecchia un secolo e mezzo può apparire passatista e demodé, è altrettanto certo che lascia il sapore amaro delle occasioni mancate.






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