Aritmia, creato il primo modello cellulare della fibrillazione atriale


La fibrillazione atriale, la forma più comune di aritmia cardiaca, è stata riprodotta per la prima volta in laboratorio dai ricercatori dell’Università degli Studi di Brescia e della Statale di Milano, in collaborazione con altri centri nazionali e internazionali e col supporto della Fondazione Cariplo. Gli esperti, coordinati da Andrea Barbuti e Mirko Baruscotti, sono riusciti ad arrivare a questo risultato grazie alle staminali riprogrammate ottenute da pazienti colpiti da una forma familiare della patologia (non trattabile farmacologicamente).

Il trattamento con ivabrandina

Le staminali pluripotenti sono poi state differenziate in cellule cardiache, permettendo così al team di ricerca di dimostrare la presenza di grosse alterazioni nella funzione di due proteine (canali ionici di calcio di tipo L e canali ‘funny’) in queste unità biologiche, che le rendono più aritmiche rispetto a quelle ottenute dai pazienti sani. Trattandole con il farmaco ivabrandina (un bloccante del canale funny già usato nel trattamento dell’angina e dello scompenso cardiaco) i ricercatori sono riusciti a ridurre alcune delle alterazioni elettriche legate a questa specifica forma di fibrillazione atriale. "Per questo caso di fibrillazione atriale è stata confermata una base genetica”, sottolineano gli autori dello studio. “Ci aspettiamo che ulteriori ricerche possano ampliare lo studio dei meccanismi di insorgenza della malattia e proporre nuove opzioni terapeutiche in un’ottica di medicina personalizzata", concludono gli esperti.

Nei prossimi anni aumenteranno i casi di fibrillazione atriale

I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista specializzata Cardiovascular Research, potrebbero accelerare la ricerca di nuove terapia per la fibrillazione atriale. Attualmente, questa malattia colpisce l’1-2% della popolazione generale e oltre il 15% degli ultra ottantenni, causando ictus, insufficienza cardiaca e morte improvvisa. I risultati di uno studio condotto dai ricercatori dell’Istituto di neuroscienze del Cnr (Cnr-In) e dell’Università di Firenze indicano che nei prossimi anni i casi di fibrillazione atriale cresceranno, passando dai circa 1,1 milioni attuali agli 1,9 previsti per il 2060. Complessivamente, si stima che, a causa dell’invecchiamento generale della popolazione, nei 28 Paesi dell’Unione Europea i 7,6 milioni di pazienti del 2016 diventeranno 14,4 milioni nel 2060. 

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