analisi di un fenomeno senza precedenti


Il mondo sta nel palmo di una mano. Un’affermazione trasformatasi in realtà con l’avvento dei dispositivi portatili. Forse è meglio utilizzare la dicitura anglofona, un po’ perché obiettivamente sembra rendere meglio, un po’ perché – diciamocelo francamente – fa più figo. Chiamiamoli, quindi, “mobile device“. Sono tutti quegli aggeggi di alta ingegneria che sono divenuti progressivamente non solo un’estensione “artificiale” dei nostri arti superiori (certo, c’è chi li usa coi piedi, per prendere a prestito un modo di dire tranchant) ma anche della nostra stessa vita. In quell’involucro di alluminio, plastica e componenti elettronici sofisticatissimi (da cui con tutta probabilità ci starete leggendo in questo momento) è racchiuso tutto ciò che siamo. O, meglio, nostre varie “gradazioni“, a seconda di come desideriamo apparire. Ne siamo assoggettati, in realtà, perché il dominio sull’oggetto che stringiamo tra le nostre mani è solo un’illusione.

Un serpente, simbolo del Peccato originale

Smartphone e tablet rispondono sempre più alle esigenze di un’umanità sempre in movimento e con sempre meno tempo a disposizione. Tutto è frenetico, condensato, Trascorriamo sempre meno tempo nel caldo abbraccio domestico e, quindi, sentiamo la necessità di dover avere sempre tutto sotto controllo. Magari al sicuro, in tasca. La quotidianità è, di fatto, scomposta in “applicazioni”, termine familiare ma, se ci pensate, in uso da pochissimo tempo. Esistono “app” di ogni sorta: dalla produttività alla gestione delle finanze personali, per appuntamenti, social media, foto, viaggi, salute, tempo libero e chi più ne ha più ne metta.

E, poi, ci sono loro. I tanto vituperati “giochetti mobile“: quelli irrisi dai giocatori di lungo corso, buoni solo per una partitina alla fermata della metro o per il tempo di una seduta sul bianco trono, che fino a pochi anni fa usavamo per pensare o, al massimo, per leggere le istruzioni degli shampoo. Ebbene, al pari della tecnologia che ne permette l’uso, quei “giochetti” sono mutati. Sono diventati proprietà intellettuali dallo sforzo produttivo multimilionario, protagonisti di uno dei mercati attualmente più redditizi al mondo (con 1.6 miliardi di utilizzatori di smartphone di cui la metà asiatici), fattore che ha portato sempre più aziende a dislocare ingenti risorse per entrarvi.

C’è, però, sempre un serpente di mezzo. Nel nostro caso è Snake, croce e delizia di tutti gli orgogliosi possessori del mitologico marchio norreno Nokia. Da quel momento, device mobile e “applicazioni” si sono evoluti a un ritmo vertiginoso sino ai giorni nostri. Volete qualche numero, giusto per inquadrare il tutto? Solo nel 2018 il mercato mobile ha generato circa 92 miliardi di Dollari. Di questi, due terzi provengono solo dai giochi mobile. Ciò ha portato a un fenomeno abbastanza singolare: non sono più gli sviluppatori di applicazioni ad adattarsi agli hardware, bensì il contrario. I grandi produttori, infatti, si concentrano sempre più su un target specifico: i gamer, proponendo loro gioielli tecnologici profilati su esigenze sempre più stringenti.

Il duopolio Samsung-Apple è sempre molto presente, con circa il 50% del mercato mondiale suddiviso tra le due potenze. Ciò significa avere maggior potere di guidare il mercato, un portfolio di hardware e software più ampio e un’attrattiva sulla potenziale utenza più efficace. Altri contendenti, però, si sono affacciati, erodendo quote molto importanti.

L’imponente influenza del Dragone cinese

Chi sono i nuovi attori? Sono Xiaomi, Oppo, Vivo, Huawei: produttori che attirano sempre più clienti con una selezione di dispositivi high-spec ad un prezzo estremamente concorrenziale. Non è un caso che tutti – o quasi – provengano dalla Cina. Questa è, attualmente, il più grande mercato al mondo, con un fatturato di 37,9 miliardi di dollari nel 2018. Un numero dovuto al fatto che l’utilizzo di smartphone nella Repubblica Popolare Cinese è una questione di vita o di morte. Ne parlammo tempo fa, quando affrontammo l’ascesa del colosso Tencent.

All’epoca vi raccontammo l’origine del “Big Bang” cinese: la maggior parte delle famiglie dell’immenso paese non ha ancora una console o un PC, in casa. Il mercato “smart”, dunque, è ancora una spugna assorbente perfetta per il test dei nuovi trend videoludici portatili. Come vi abbiamo anticipato, i giochi per dispositivi mobile dominano le classifiche della popolosa nazione asiatica, con circa il 95% dell’utilizzo totale di Internet che viene effettuato proprio da mobile. Il gaming “portatile” rappresenta quindi il segmento più grande del mercato, con oltre 573 milioni di giocatori che giocano solo su dispositivi portatili e generano $ 23 miliardi di Dollari, ovvero oltre il 60% della fetta dei guadagni totali.

Secondo voi, per quale motivo applicazioni come PUBG, Fortnite e Arena of Valor (la riduzione tascabile di League of Legends, chiamata Honor of Kings in madrepatria) sono giunte su cellulare? Per attrarre e rispondere alle esigenze del più grande bacino d’utenza al mondo, giustamente.

Noi occidentali siamo abituati alle nostre belle e comode postazioni casalinghe con console e PC. Non sappiamo far altro che lamentarci con veemenza del sistema di controllo di un Fortnite Mobile, oppure dell’eccessiva lunghezza delle partite di un MOBA come Arena of Valor (più di trenta minuti quando va bene). Per questo ancora non capiamo l’esigenza di far arrivare su dispositivi portatili titoli che possono esser tranquillamente giocati altrove. Rimostranze inutili, visto che la Cina (e, de relato, l’intera regione asiatica) si pone come un trascinatore per l’intera economia mondiale e saremo noi, volenti o nolenti, a “doverci adattare“.

L’avvento dei grandi publisher

In pochi anni siamo passati da piccoli studi di sviluppo (spesso composti da una sola persona) all’arrivo di produzioni mastodontiche, supportate dagli investimenti dei grandi publisher. Questi, ovviamente, hanno intravisto l’opportunità di ingenti guadagni, derivanti da modelli di business sino a pochi anni fa impensabili per compagnie come Bandai, Epic Games, EA, Warner Bros, Square Enix, Ubisoft, Nintendo.

Secondo voi è un caso che proprio le azioni di Nintendo siano salite del 7% quando è stato annunciato l’arrivo di Arena of Valor su Switch? “Free to play“, peraltro, è una formula attraente per l’utenza, e i colossi dell’industria ne hanno preso coscienza. Attraverso le varie declinazioni di questo modello di business i publisher riescono a guadagnare milioni, semplicemente mantenendo il gioco aggiornato e tessendo una fitta rete di microtransazioni che portano inconsciamente l’utilizzatore poco attento a spendere denaro reale. Minimo impegno, massima resa. Un mantra che sta dando i suoi frutti, a giudicare dai numeri visti nel 2018.

Insomma, a fianco di applicazioni come “Candy Crush” e “Schiaccia la Mosca“, troviamo sempre più spesso nomi altisonanti, che siamo abituati ad associare ad altre esperienze: Dragon Ball, Pokémon, Assassin’s Creed, Monster Hunter, Sim City, Command & Conquer, Civilization, Need for Speed, Hitman, Life is Strange. Prossimamente tornerà Call of Duty e – probabilmente – Rainbow Six Siege, oltre a molte altre IP. Persino i ragazzi di DICE si sono dichiarati interessati alle potenzialità del gaming mobile e della tecnologia 5G.

E no, non ci siamo dimenticati di un certo Diablo Immortal. Il discorso, anche per la proprietà intellettuale del colosso di Irvine, è sempre lo stesso affrontato in precedenza. Dobbiamo saper leggere e analizzare il mercato e il momento storico che stiamo vivendo nella sua globalità e senza pregiudizi.

Lo sviluppo di questo “spin off” è frutto di un accordo tra Blizzard e NetEase. Quest’ultima è un’azienda cinese da non sottovalutare: detiene da oltre un decennio i diritti di pubblicazione dei titoli Blizzard all’interno del territorio della Repubblica Popolare, possiede una franchigia nella Overwatch League. Inoltre è licenziataria dei diritti di giochi come EVE Online e Minecraft Mobile.

Diablo Immortal, insomma, potrà essere un’operazione invisa e osteggiata dai fan (occidentali, ricordiamolo) ma, in realtà, non è altro che lo specchio dei tempi. Le polemiche lasciano tutto il tempo che trovano, perché che ci crediate o no, esiste ancora il libero arbitrio che ci consente di non scaricare un’applicazione, se non ci piace.
D’altro canto…se è free to play un giro lo si fa lo stesso, magari senza dirlo a nessuno.

Ad ogni modo: chi, tra i grandi publisher, ha dominato nel 2018? Tencent, ovviamente, guarda tutti dall’alto in basso con un fatturato di più di 2 miliardi di Dollari. Ricordiamo che detiene quote ovunque, anche in Epic Games. Altri publisher asiatici hanno fatto la voce grossa. La già citata NetEase, ad esempio, con oltre un miliardo di Dollari (capite, adesso, la portata e le potenzialità dell’accordo concluso da Blizzard?). Bandai Namco (quasi 700 milioni tra iOS e Android), Konami (208 milioni solo su iOS) e Square Enix (quasi 400 milioni tra iOS e Android) sono tra i dieci publisher più ricchi. I giochi casual portano ancora i più alti guadagni. Niantic, ad esempio, ha guadagnato 244 milioni solo con Pokémon GO. Insomma, numeri del genere non possono più farci ignorare (o sminuire) il gaming su mobile.

La fondamentale importanza dell’eSport

Sì, c’entra l’esport anche in questo caso. A molti non farà piacere, altri ne avranno piene le scatole di sentire di questo sport con la “e” davanti. Eppure, le potenzialità offerte dal gaming competitivo sono uno dei traini fondamentali del mercato videoludico mobile. Come ogni settore emergente, infatti, anche l’esport guida l’innovazione. I giocatori ora desiderano un’esperienza di gioco che sia non solo gratificante e immersiva, ma che consenta di sfidare chiunque in qualunque momento anche avendo pochissimo tempo a disposizione. Il format del gaming mobile, in tal senso, è praticamente perfetto. Salvo i MOBA, le esperienze di gioco sono rapide, coinvolgenti, frenetiche e permettono a chiunque di giocare una partita in una manciata di minuti.

Per questo, se vi siete accorti, qualsiasi applicazione mobile contiene almeno una modalità competitiva con ladder, ricompense e classifiche aggiornate in tempo reale. Tutto quello che bisogna avere è un semplice cellulare. Una cosa rivoluzionaria, rispetto a postazioni high end da oltre tremila Euro. L’ambiente competitivo mobile, più di quello tradizionale, consente a chiunque di “provarci” e tentare la fortuna in eventi settimanali o tornei amatoriali. Non è un caso che i grandi produttori di hardware abbiano iniziato a legare il proprio nome a squadre professionistiche e a organizzatori di eventi, divenendone fornitori ufficiali e sponsorizzando tornei da centinaia di migliaia di Dollari. Con il suo immenso potenziale, in grado di raggiungere un pubblico sconfinato e coinvolgerlo in competizioni ed eventi sempre più imponenti, il gaming mobile sembra destinato a un futuro da protagonista.



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