Alzheimer, i ricercatori: "Importante intervenire subito"


L’Alzheimer è una malattia che colpisce le cellule del cervello che mano a mano muoiono. I sintomi clinici riguardano gli aspetti cognitivi e l’inizio della malattia in genere ha effetto sulla memoria. La gran parte degli ammalati di Alzheimer ha oltre 70 anni; la malattia ha infatti una prevalenza di circa il 30% nell’anziano e nell’ultra anziano.

Spesso si dice che la ricerca in questo campo si sa fermata, perché non esiste ancora un farmaco o una cura in grado di bloccare la malattia o farla perlomeno regredire, ci sono però dei farmaci che hanno un’attività sintomatica (che attenuano cioè i sintomi della malattia).

Soprattutto, ci hanno spiegato i medici specialisti, è sbagliato dire che la ricerca è ferma perché ci sono diverse direzioni in cui si sta lavorando per arrivare a risultati che possano migliorare la vita dei malati e delle loro famiglie.

Abbiamo parlato di tutto questo con il dottor Gianluigi Forloni, capo del dipartimento di neuroscienze dell’Istituto Mario Negri di Milano, che ci ha spiegato come stanno le cose: “Dal punto di vista farmacologico per ora abbiamo degli strumenti molto modesti” ha ammesso Forloni, che però ha subito aggiunto: “un po’ di più si può fare sul fronte della prevenzione: tutti noi siamo chiamati ad avere uno stile di vita attivo dal punto di vista fisico e mentale che tenda a ridurre il rischio di sviluppare la malattia”. Questo non basta però a scongiurare una forma di demenza, quindi “Una volta che la malattia è diagnosticata” spiega ancora Forloni, “bisogna non farne uno stigma ed evitare di isolare il soggetto rispetto alla comunità”.

Diverse teorie terapeutiche possibili

La speranza di trovare qualcosa di efficace non può andare in soffitta. Gianluigi Forloni, ci ha spiegato che la storia biologica della malattia è diventata sempre più evidente e chiara negli ultimi 20 anni: “Sulla base delle indagini fatte, si sono sviluppate più teorie terapeutiche possibili; una in particolare è dovuta al fatto che nel cervello del soggetto malato di Alzheimer si accumula una sostanza amiloide, una proteina, che potrebbe avere un ruolo causale e quindi si è sviluppato un approccio terapeutico che partiva dall’idea di ridurre questo accumulo o di evitare che si producesse.  Questo genere di approccio, che da un lato vedeva molecole classiche e dall’altro molecole più evolute capaci di ridurre l’accumulo di questo amiloide, alla prova clinica purtroppo si è rivelato non efficace”.

Questo però è solo uno dei possibili approcci alla malattia. Ci sono due filoni che adesso sono approfonditi a livello di ricerca. Il dottor Forloni ci ha parlato di entrambi: “il primo è immaginare che la malattia è complessa e quindi difficilmente può dipendere da una sola causa, perciò necessita un approccio su diversi target terapeutici e non di un solo farmaco”.  “Il secondo filone che si sta perseguendo” ha spiegato Forloni: “è quello di riuscire ad identificare la malattia prima dei suoi sintomi clinici”. Perché? “Generalmente” ha detto Forloni “una delle spiegazioni che ci siamo dati sul perché i farmaci che abbiamo provato non sono efficaci è data dal fatto che si è intervenuti troppo tardi. Noi sappiamo che quando l’Alzheimer diventa conclamato, ovvero quando ci sono i sintomi cognitivi sulla memoria, la malattia dal punto di vista biologico è iniziata molto tempo prima –  almeno 10-15 anni prima”. Cosa significa?  “Se questo da un lato ci dà la brutta notizia che quando noi interveniamo a livello dell’evidenza clinica è molto tardi” ha continuato Forloni “d’altro canto ci dà anche la possibilità di poter monitorare la malattia in una fase in cui non è ancora conclamata”.

La ricerca quindi si sta orientando proprio per poter individuare i soggetti prima che sviluppino la malattia e sottoporli ad un trattamento terapeutico capace di evitare che questo accada. “Questa è una scommessa importante a cui tutti aneliamo per avere effettivamente risposte significative” conclude Forloni “e se riusciamo ad intervenire prima che ci siano i sintomi, perché alcuni markers biologici della malattia ci indicano che quel soggetto la svilupperà, questo significa avere a disposizione una possibilità di intervento molto maggiore”.

“L’Alzheimer è uno degli ambiti in cui la ricerca è più spinta”

“L’impatto dell’Alzheimer sulla sanità pubblica è enorme” ci ha confermato Forloni aggiungendo che gli interessi economici dietro questo tipo di malattie sono molti ed è per questo che L’Alzheimer è uno degli ambiti in cui la ricerca è più spinta.

Se la ricerca è spinta significa che i fondi ci sono? “L’Italia è fanalino di coda anche nei contesti più alti” ha ammesso Forloni: “la parola Alzheimer attrae sicuramente finanziamenti sia pubblici che privati… ma è vero che rispetto agli Stati Uniti, ad esempio, siamo messi molto peggio e quando parliamo di ricerca abbiamo grandi difficoltà. I veri fondi arrivano quando ci sono progetti specifici e il nostro grido è quello di mettere più finanziamenti per questa causa” .

 

 

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